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LORENZO GRAMICCIA

Il cronista di un piccolo mondo

Introduzione

Giunta al termine del percorso universitario, mi sono messa alla ricerca di un argomento originale e poco trattato da poter approfondire in vista del lavoro finale di tesi..........

Note biografiche

Il pittore Lorenzo Gramiccia nasce a Cave, in provincia di Roma, il 7 gennaio del 1702 da Antonio Gramiccia e Lucrezia Luzzi..........

Fortuna critica

A giudizio dei contemporanei, Lorenzo Gramiccia appare come artista piuttosto richiesto ed impegnato; con il passare del tempo, viene quasi del tutto dimenticato..........

Catalogo delle opere

Per ognuna delle seguenti opere, di cui si riporta l'immagine, è stata elaborata una scheda descrittiva..........


Regesto documentario

Per ogni documento rinvenuto, di cui si riporta la fotografia o la fotocopia, è stata fatta la trasscrizione e traduzione..........


Conclusioni

Dall'analisi fin qui svolta, Lorenzo Gramiccia appare un pittore difficilmente inquadrabile in una formula..........


Introduzione

Giunta al termine del percorso universitario, mi sono messa alla ricerca di un argomento originale e poco trattato da poter approfondire in vista del lavoro finale di tesi.

Su suggerimento del relatore, ho focalizzato l'attenzione sul patrimonio artistico di Cave, paese alle porte di Roma in cui vivo sin dalla nascita; spinta da una passione ed un interesse personali per la pittura, mi sono ritrovata ad entrare nelle chiese del mio paese per osservarne le decorazioni pittoriche che più e più volte erano passate sotto i miei occhi, ma che prima non avevo mai esaminato così attentamente.

Al tempo stesso, ho iniziato a consultare testi sulla storia delle chiese di Cave: ed è proprio sfogliando una di queste opere che è avvenuto il casuale incontro con il pittore Lorenzo Gramiccia.

Inserito tra gli illustri cittadini cavensi, l'artista veniva trattato molto somma­riamente.

Determinante per la mia scelta è stata proprio la sua scarsa notorietà: il fatto che si trattasse di un artista poco noto al vasto pubblico ha attirato la mia curiosi­tà ed ha fatto nascere in me il proposito di conoscere meglio questo illustre concittadino.

Lorenzino, come veniva chiamato, nasce a Cave il 7 gennaio del 1702 e muore a Venezia il 10 agosto del 1795.

Nell'intento di ricostruirne la vicenda artistica, ho seguito le sue orme, lasciando presto il mio paese per recarmi prima a Valmontone, poi in alcune chiese romane ed infine nella splendida città lagunare; il mio lavoro di ricerca abbandonava l'ambito "paesano", per aprirsi a realtà ben più vaste.

Dapprima ho iniziato a raccogliere materiale fotografico, impegnandomi personalmente nella realizzazione delle foto, dove era possibile, lavoro questo che non sempre si è rivelato facile; al tempo stesso, mi sono dedicata alla ricerca bibliogra­fica ed in seguito ho intrapreso lo studio dei documenti d'archivio.

Quest'ultimo aspetto della ricerca è stato senza dubbio il più impegnativo ma al tempo stesso il più emozionante, soprattutto per il rinvenimento dei certificati di nascita e di morte di Lorenzino, entrambi inediti, grazie ai quali ho fissato con certezza due date fino ad oggi oscillanti.

Il primo documento è stato rinvenuto a Cave, presso l'archivio parrocchiale della chiesa di S. Maria Assunta, il secondo a Venezia, nell'archivio patriarcale diocesano, entrambi dopo lunghe e "polverose" ricerche.

Raggiungevo così, a piccoli passi, il mio obiettivo: restituivo alla storia del­l'arte un pittore da sempre trascurato e dimenticato.

Partendo dalla documentazione sull'uomo e l'artista, il presente lavoro passa a ricostruire la fortuna critica di Lorenzino, analizza la sua opera pittorica con l'aiuto di una serie di schede, in cui sono inserite anche opere a lui attribuite, per terminare con un regesto che raccoglie i documenti d'archivio rinvenuti durante la ricerca.

Note biografiche

Il pittore Lorenzo Gramiccia nasce a Cave, in provincia di Roma, il 7 gennaio del 1702 da Antonio Gramiccia e Lucrezia Luzzi. L'8 gennaio viene battezzato presso la Chiesa di Santa Maria Assunta con il nome di Gaspare Giuliano Lorenzo. Il rinvenimento di tale fonte permette di fissare con esattezza la data di nascita del pittore in questione, finora discordemente assegnata al periodo compreso tra il 1699 e il 1704.

Nel 1721, come apprendiamo da un documento dell'Archivio del Vicariato di Roma, Gramiccia abita in Vicolo delle Grotte a Roma, con il suo maestro, il pittore emiliano Ventura Lamberti. E' anche presente alla morte di quest'ultimo che, come riporta Lione Pascoli nelle sue Vite, "assalito da accidente apoplettico, se ne andò, verso le ventiquattro ore del 19 settembre 1721, in paradiso".

Sarà proprio lui a completare uno dei quattro cartoni, quello raffigurante San Pietro che battezza Santa Petronilla, commissionati al Lamberti nel 1719 per i mosaici dei sordini della Cappella degli Angeli e di Santa Petronilla in San Pietro in Vaticano.

Dai documenti conservati presso l'Archivio della Reverenda Fabbrica di San Pietro in Vaticano, resi noti da Petraroia, apprendiamo che Gramiccia ricevette i tre quarti dei 200 scudi stanziati per l'opera; i pagamenti vanno dal novembre del 1721 al luglio del 1722.

Da alcune lettere autografe del pittore, indirizzate all'Uditore di Genazzano e visionate presso l'Archivio dei Colonna a Subiaco, sappiamo che, nel 1728, egli si era impegnato a realizzare gratuitamente un quadro per la cappella dei Carcerati a Genazzano, a condizione che gli venissero forniti tela e colori. L'opera, come si desume dalle lettere, doveva raffigurare la vergine con S. Antonio di Padova, S. Francesco di Paola e le anime del purgatorio. Il tutto non dovette però avere seguito, poiché non si fa alcuna menzione del quadro nelle Visite Pastorali da me consultate, effettuate a Genazzano dal 1729 al 1754.

Assegnata al 1740 è una sua opera, sinora non documentata; si tratta del Riposo della Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto, oggi ad Aci Catena (CT), nella Chiesa di San Giuseppe. La provenienza della tela è incerta; secondo lo Sciacca, sarebbe stata commissionata al pittore dal principe Luigi Reggio, esponente della nobile famiglia catanese, tra 1737 e il 1740, quando cioè egli fu ambasciatore a Venezia, per l'altare maggiore della chiesa suddetta, su cui la potente famiglia esercitava la sua giurisdizione. Poiché il Gramiccia è a Venezia soltanto dal 1765, la tesi dello Sciacca risulta inattendibile.

Nel 1745, come attesta lo Stato delle anime della parrocchia di Santa Caterina della Rota, il pittore è presente negli atelier di Palazzo Farnese; di questo periodo tuttavia non ci è giunta alcuna opera.

Nel 1749, dopo aver sposato Laura Frusinetti di Paliano, sorella di Clemente, artista suo amico, Gramiccia esegue un riquadro laterale, oggi perduto, per la Cappella di Santa Francesca Romana nella distrutta chiesa di Santa Maria Liberatrice al Foro. La tela, che faceva da pendant ad un dipinto di Sebastiano Ceccarini, doveva raffigurare S. Francesca Romana che risana un infermo: sotto il dipinto era presente infatti la scritta "Singulis manus imponens curabat eos", riferibile probabilmente alla santa taumaturga. Nel 1970 è attestata la presenza della tela in questione in una collezione privata.

Nello stesso anno, Lorenzo collabora con Sebastiano Ceccarini nel "riattare e rimodernare" le pitture della cappella del coro, recentemente restaurate, della Santissima Annunziata nel Monastero delle Oblate di Tor de' Specchi, in vista del Giubileo del 1750, come risulta dal Libro di memorie.

Di sua mano sarebbero il catino absidale con L'Eterno e San Michele con angeli musicanti, i pennacchi dell'arco absidale con Angeli reggenti corone di fiori e rami di palme e, infine, due gruppi di Angeli musici in controfacciata, ai lati dell'organo.

Nel 1753, come attesta il Libro di memorie della chiesa dei Frati Minori Conventuali di San Carlo a Cave, redatto da Padre G. B. Ciavardini, Gramiccia torna nel suo paese nativo per dipingere un ciclo di tele allogate nella Cappella dedicata a San Giuseppe da Copertino.

Padre Ciavardini annota che, il 21 giugno di quell'anno, furono dati al pittore due scudi per comprare le tele e i colori per la realizzazione dei due quadri laterali. Aggiunge poi che "il primo quadro fu ritoccato" dall'artista, ma per "primo" non si comprende se il Ciavardini voglia intendere il primo laterale o la pala centrale.

Nella seconda ipotesi, Gramiccia avrebbe soltanto ritoccato il quadro centrale.

Ad agosto poi, gli furono dati altri due scudi e a settembre il resoconto del pagamento si fa interessante: "dati al signor Lorenzo Gramiccia scudi 4 e baij 95; sedici boccali e mezzo d'olio, più scudi 6 in un rubbio di grano e una coppa di fagiuoli".

Nello stesso mese annota ancora: "cavati dalla dispensa boccali sedici e mezzo d'olio e dati al sig. Lorenzo Gramiccia per li quadri". 

Nel 1756,"l'accreditato pittore" dipinge, su commissione della principessa Olimpia Caffarelli Pamphili, l'Assunzione della Vergine per l'altare maggiore della Collegiata dell'Assunta di Valmontone, ricevendo un compenso di 1.250 lire.

Nello stesso anno, esegue la Visione di S. Antonio di Padova conservata in Santa Dorotea a Roma.

Nel 1763 firma e data la piccola Allegoria del Regno di Carlo III di Spagna della Collezione Lemme a Roma.

Dagli inventari della Collezione Corsini di Roma risulta che nel 1808 vi era conservato un quadro di Gramiccia con S. Pietro che resuscita Tabita , attualmente di proprietà dell'Accademia dei Lincei.

Nel 1765, la vita di Lorenzo Gramiccia subisce un fondamentale cambiamento: l'anziano pittore decide di lasciare Roma per Bologna prima e Venezia poi.

La vicenda può essere ricostruita attraverso la corrispondenza fra Giuseppe Baretti. noto letterato e critico torinese del '700, e l'amico marchese Francesco Albergati Capacelli di Bologna. Da Ancona, dove si era trasferito dopo la decisione del governo veneto di sopprimere la "Frusta Letteraria", polemico quindicinale da lui stesso composto e pubblicato, Baretti scrive al marchese a Bologna, raccomandandogli il pittore. Nella lettera dell'11 dicembre del 1765, egli ne parla come dì "un uomo piccino piccino chi riguarda al corpo, ma chi riguarda ai suoi talenti è un uomo grande grande". Continua nell'elogio del pittore affermando che "la sua Roma non ha molti che lo pareggino in pittura e meno che lo sopravanzino".

Il 14 dicembre del 1765, Baretti scrive di nuovo al marchese, ricordandogli il Gramiccia, che però dovette fermarsi poco a Bologna: in una terza lettera, datata 4 gennaio 1766, Baretti scrive infatti " del Gramiccia basta così, lo appoggerò a Venezia".

Se il pittore si trattiene poco a Bologna, a causa delle scarse occasioni di lavoro, a Venezia ha modo di eseguire pale d'altare, dipinti per chiese e scene di genere: è qui che si trattiene sino alla morte, ospite della famiglia Cavalli.

Il primo dipinto eseguito nella città lagunare risale al 1768, quando Gramiccia realizza la Madonna del Rosario tra San Domenico e Santa Caterina per la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.

Sulla tela, in basso a destra, sono ancora visibili la firma e la data.

Nello stesso anno, come si apprende da documenti rinvenuti presso 1"Archivio di Stato di Venezia, gli viene commissionata una tela con Elia e l'angelo per la Scuola della Carità, realizzata per 20 zecchini ed attualmente custodita presso le Gallerie dell'Accademia.

Nel 1770 firma la tela con L'Addolorata tra angeli con i simboli della Passione per la chiesa di San Giacomo dall'Orio, definendosi "romano", quasi a ribadire la sua provenienza anche culturale.

Una Sacra Famiglia con San Giovannino, Elisabetta, Anna e Zaccaria, datata e firmata nel 1771, oggi in Québec, presso la Lavai University, corrisponde 

probabilmente a quella citata da G. Moschini come proveniente dalla chiesa veneta di San Simeone Grande.

Recentemente si è venuti a conoscenza di un piccolo olio su rame, presente nella collezione Priuli a Venezia, firmato e datato dal nostro pittore al 1776, raffigurante la Vergine Immacolata.

La scoperta della sua firma in una scena d'interno già attribuita al Longhi, nel Museo Civico di Udine, La Visita, prospetta l'opera del Gramiccia in modo diverso rispetto al conformismo delle pale d'altare.

Ciò ha inoltre aperto la possibilità di riconoscere il pittore in opere profane già attribuite al Longhi e alla sua cerchia: T. Pignatti, per indubbie consonanze stilistiche con l'opera di Udine, riferisce a Gramiccia La lezione di geografia, conservata nella Galleria Franchetti, il convegno di famiglia e il ritratto di gentiluomo a cavallo, nel Museo del Settecento Veneziano, e Carlo Goldoni nello studio, già nella Collezione Crespi-Morbio a Milano ed ora nel Museo Correr.

Molto incerta resta invece l'attribuzione al pittore di un dipinto allegorico conservato nei Depositi delle Gallerie dell'Accademia di Venezia, raffigurante un bimbo dormiente appoggiato ad un teschio, con una clessidra accanto.

A Venezia il pittore dovette godere di una certa notorietà, se è vero che espose alcune sue opere in Piazza San Marco, come un Giacobbe nel 1769 ed una Addolorata tra angeli nel 1770.

Sul mercato antiquario è recentemente comparso un dipinto, firmato con le iniziali di Lorenzo Gramiccia, L'Apparizione a S. Francesco della Madonna con il Bambino.

La sua produzione grafica presenta un capitolo ancora poco esplorato e per questo mi limito a prendere in esame solo i quattro disegni del Museo Civico di Augsburg, che si ritengono autografi e che sono accomunati dalla scritta antica di un collezionista che li individua come "Laurentii Gramiccia Auctographum".

I fogli, provenienti probabilmente da una collezione veneta, sono da assegnare al periodo della sua permanenza nella città lagunare. Si tratta di una Sacra

Famiglia con S. Giovannino, un Padre Eterno che crea sole e luna, un Gruppo di figure e lo Studio di una mano.

Da segnalare sono, infine, due incisioni eseguite da opere del Gramiccia, finora poco osservate: un S. Filippo Neri cui appare il Bambino Gesù di Fabio Berardi, da me visionata presso l'Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, ed una Madonna con il Bambino dormiente e S. Giuseppe, che ho avuto modo di visionare nel Gabinetto fotografico del Museo Correr di Venezia.

II 10 agosto del 1795, dopo una lunga malattia, Lorenzo Gramiccia muore a Venezia per "cataro soffocativo"; il giorno successivo, i suoi figli provvederanno

a seppellirne il corpo.

Fotuna critica

A giudizio dei contemporanei, Lorenzo Gramiccia appare come un artista piuttosto richiesto ed impegnato; con il passare del tempo, viene quasi del tutto dimenticato e a tutt'oggi è scarsamente documentato.

Pochi si sono occupati di questo pittore: ne parla, nel 1815, Moschini nella sua Guida per la città di Venezia all'amico delle belle arti, affermando che "fu educato a Roma e in piccioli quadretti assai valeva". Gli attribuisce poi un "quadretto" la '"Sacra Famiglia", "di pregevole fattura" .

Zanotto, membro di numerose accademie italiane e straniere, lo pone, nel 1833. tra "'/' pittori della vecchia scuola che videro il risorgimento dell'arte e non approfittarono"; con valutato riserbo l'autore afferma, infatti, che l'artista "serbò i primi modi. Nel 1860 poi, scrive che, "sebbene Mengs e Milizia avessero mostrato che le arti erano tutte fuori della retta via, coloro che le esercitavano poco o nulla diedero ascolto a quella chiamata. I molti artisti viventi in Venezia, tornerò fermo nell'abbracciata via sino a morte. Gramiccia Lorenzo, sebbene di patria romano, ed educato nella medesima Roma, a Venezia viveva e moriva nel 1795 e, meno nei piccioli quadri, nelle opere maggiori poco valse".

Nel 1892, Bella, riferendosi alla tela dell'altare maggiore della chiesa di S. Giuseppe ad Aci Catena, raffigurante "Il riposo della Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto", afferma: "è così magistrale il gioco della luce con le ombre, così perfette le proporzioni, così freschi i colori e divina Varia e la movenza delle figu­re, che i visitatori ne restano incantati". E ancora: "gli intendenti lo hanno dichiarato opera monumentale e degna di concorrere arditamente con le migliori tele uscite dai più divini pennelli".

Nell'articolo di Piccioni, apparso su "Il Fanfulla della Domenica" nel luglio del 1908, si parla di un certo Grammicci o Gramicci, da identificare probabilmente con il nostro Lorenzo Gramiccia. Il pittore è inserito tra gli artisti dimenticati: Piccioni afferma infatti che, tranne i maggiori, gli artisti italiani dal XVIII al XIX secolo sono poco noti. Riguardo poi a Gramiccia, afferma di aver trovato "poche risposte sicure''' e prevede, per chi se ne sarebbe occupato dopo di lui, "ricerche inutili e faticose". Piccioni riporta il testo integrale della lettera inedita di Giuseppe Baretti al marchese Albergati, di cui abbiamo già detto, nella quale il letterato raccomanda il nostro Gramiccia, parlandone come di un "valente pittore, mio amico".

Nel catalogo della mostra Il Settecento a Roma, allestita nel 1959 presso il Palazzo delle Esposizioni, in cui furono presenti anche opere del Gramiccia, fino a quel momento ritenuto "oscurissimo" artista, Brandi afferma che "il suo stile nel periodo romano e soprattutto nelle pale d'altare, sembra consonare con i modi napoletani e bolognesi, mentre nel soggiorno veneziano e in particolare nei quadri profani, raffinata la gamma cromatica e assegnata all'immagine una struttura plastica decisa, risente dell'influsso di Pietro Longhi e forse del Ceruti".

Pallucchini, nel 1960, attribuisce al Gramiccia una "mediocre scena di genere", di carattere longhiano, "La visita", oggi presso il museo Civico di Udine.

Pignatti, nel 1968, annovera il nostro pittore tra gli imitatori seguaci longhiani e lo ritiene un "artista mediocre che spezzetta in toni brunastri e un po' sfocati l'ultima maniera del Longhi". Per somiglianze stilistiche con l'opera di Udine, gli attribuisce La lezione di geografia della Ca' d'oro e nella Ca' Rezzonico il Ritratto di gentiluomo a cavallo e Il Convegno di famiglia, in cui tipiche del Gramiccia appaiono "la tonalità grigio brunastra e le caratteristiche tipologie costruite a piccoli colpi frammentari di pennello".

Moschini Marconi, nel Catalogo delle Gallerie dell'Accademia di Venezia del 1970, ritiene il Gramiccia un "mediocre pittore, interessante tuttavia perché le sue accademiche riprese della pittura del '500 sembrano già un avvio all' '800 veneto più reazionario".

Niero, nel 1979, afferma che Lorenzo Gramiccia "ha lasciato la migliore opera di sé in parecchie chiese di Roma".

Il primo saggio con ricostruzione documentaria si deve alla Pansecchi che, nel 1986, ripercorre la vicenda artistica di Lorenzo Gramiccia. Nella prima opera a noi nota del Gramiccia, la decorazione della Cappella del coro del monastero romano di Tor de' Specchi, eseguita in collaborazione con Sebastiano Ceccarini, la Pansecchi sottolinea "il gusto raffinato del pittore nell'uso dei cangianti e degli effetti serici anche dorati, su una intonazione generale talora metallica", nei due riquadri con gruppi di angeli musici ai lati dell'organo nella controfacciata. "Nelle due plastiche figure di angeli con corone di fiori e rami di palme, nei pennacchi dell'arco absidale, il gusto classicista dell'immagine e i caratteri neo-secenteschi delle forme sembrano rivelare una qualche influenza dell'emiliano Ventura Lamberti. Chiara è la fedeltà del 'artista alla cultura bolognese del '600, con qualche aggiornamento desunto dall'ambiente romano di metà secolo, nella "Visione di S. Antonio di Padova" (1756) in S. Dorotea a Roma".

Gli angioletti neo-domenichiani erano già apparsi in una tela dipinta nel 1753 per la Chiesa di S. Carlo a Cave, nella cappella dedicata a S. Giuseppe da Copertino: qui, "la riduzione dei mezzi espressivi bene si accorda all'invenzione devota e alla destinazione paesana".

Nella "Assunzione" del 1756 per la Collegiata dell'Assunta di Valmontone, Gramiccia "cerca di accordare, in una composizione patetica monumentale, ele­menti di cultura classicistica emiliana a più recenti rielaborazioni romane".

Per quanto riguarda poi le opere veneziane, la Pansecchi fa notare come sia singolare che, a contatto con l'ambiente artistico veneziano dell'epoca, il pittore abbia rifiutato ogni suggerimento rococò, per riprendere schemi compositivi di matrice cinquecentesca. È nell'"Addolorata e angeli con i simboli della Passione" per la Chiesa di S. Giacomo dall'Orio (1770) che l'artista raggiunge un "livello di qualità espressiva assai più alto che nella sua precedente produzione, per la pacata intensità di sentimenti, la finezza di una gamma cromatica prevalentemente ribassata e la suggestione del paesaggio che si apre oltre l'arco della grotta". Nel 1988, Sestieri pone il nostro pittore tra "I modesti estensori" di Pietro Longhi. assieme a Giuseppe De Gobbis.

Martini ne parla come di un pittore "non del tutto trascurabile, anzi eccellente".

Nella pubblicazione successiva alla mostra tenutasi ad Acireale dal dicembre 2000 al maggio 2001, Alfonso Sciacca tratta anche di Gramiccia e della sua tela, raffigurante il "Il riposo della Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto", presente a quella esposizione ed oggi ad Aci Catena, sull' altare maggiore della chiesa di S. Giuseppe. Egli afferma che si tratta di "un'opera che produsse profonda meraviglia, per la novità dell' impaginazione e per gli effetti cromatici", caratteristiche stilistiche che distinguono la tela da realizzazioni locali: ad Acireale infatti si trovano molte e poco valide riproduzioni.

Gran parte di questi giudizi critici riguardanti il Gramiccia appaiono riuniti nel Dizionario Biografico degli Italiani e nel The grove dictionary of art, dove ad essere ribadita è l'influenza classicista nei suoi lavori religiosi e longhiana in quelli profani.

Catalogo delle opere

Per ognuna delle seguenti opere, di cui si riporta l'immagine, è stata elaborata una scheda descrittiva

Scheda n° 1

Riposo della Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto 

Scheda n° 2

S. Michele Arcangelo, l'Eterno e angeli musicanti

Scheda n° 3

Gruppi di angeli musicanti


Scheda n° 4

I Santi Bonaventura e Giuseppe da Copertino e il Beato Andrea
Conti

Scheda n° 5

Miracolo di S. Giuseppe da Copertino che salva un giovane

Scheda n° 6

S. Giuseppe da Copertino ridona la vista ad una fanciulla

Scheda n° 7

 S. Giuseppe da Copertino resuscita un gregge colpito dalla grandine

Scheda n° 8

Assunzione della Vergine


Scheda n° 9

Estasi di S. Antonio di Padova dinanzi al Bambino Gesù

Scheda n° 10

Allegoria del regno di Carlo III di Spagna

Scheda n° 11

La visita o Scena d'interno o Convegno di famiglia

Scheda n° 12

Madonna del Rosario tra S. Domenico e S. Caterina

Scheda n° 13

Elia e l'angelo


Scheda n° 14

Addolorata tra angeli con i simboli della Passione

Scheda n° 15

Sacra Famiglia con i Santi Giovannino, Elisabetta, Anna e Zaccaria

Scheda n° 16

Vergine Immacolata


Scheda n° 17

Allegoria


Scheda n° 18

S. Pietro resuscita Tabita


Scheda n° 19

Ritratto di gentiluomo a cavallo

Scheda n° 20

Carlo Goldoni nello studio

Scheda n° 21

Lezione di geografia

Scheda n° 22

Convegno di famiglia

Scheda n° 23

Apparizione di Gesù Bambino a S. Filippo Neri

Scheda n° 24

Madonna con il Bambino dormiente e S. Giuseppe

Scheda n° 25

Sacra Famiglia con S. Giovannino

Scheda n° 26

Padre Eterno che crea sole e luna

Scheda n° 27

Gruppo di figure

Scheda n° 28

Studio di una mano.

Scheda n° 1

Soggetto: Riposo della Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto
 
Tecnica:  olio su tela

Misure: m. 3,60 x 2,20

Collocazione: Chiesa di S. Giuseppe, Acicatena (Ct), (altare maggiore)

Datazione: 1740

Stato di conservazione: buono

La tela, di notevoli proporzioni, presenta un cromatismo efficacemente esaltato dalla luce che, proveniente da sinistra e attraversando radente tutta la superficie, esalta i contrasti e produce una mirabile resa chiaroscurale.51
La profondità prospettica, giocata su un lento degradare del paesaggio, mette in primo piano la piccola famiglia di Gesù che, in braccio alla madre, riceve dalla mano di S. Giuseppe un dattero appena raccolto.52
Secondo lo Pseudo Matteo, una palma da datteri offre alla Sacra Famiglia fuggiasca un duplice ristoro grazie ai frutti e all'ombra dei rami, piegati prodigio-samente verso Giuseppe53; la sua mano e quella del Bambino, protese e disposte in un movimento ascensionale, si incontrano al centro della scena.
Le immagini sono delicate, la composizione, basata sulla concatenazione di gesti e sguardi, è attentamente studiata e alcuni particolari, come i datteri, sono accuratamente descritti: queste caratteristiche richiamano alla memoria l'opera di uguale soggetto di Barocci, del 1570-1575, conservata a Roma presso la Pinacoteca Vaticana.
La luce mette in evidenza il clima di serena e armoniosa affettuosità in un garbato spaccato di vita familiare, in cui gli sguardi dei presenti puntano sul Bambino e Lo contemplano.
La tela è stata esposta nella chiesa di S. Domenico ad Acireale, nell'ambito della mostra dal titolo "Il tema dell'incontro nella iconografia e nella pittura siciliana (secc. XVII-XIX)", tenutasi dal dicembre 2000 al maggio 2001.
La sua provenienza ha creato qualche problema: Sciacca ipotizza che la tela sia stata commissionata al Gramiccia dal principe Luigi Reggio di Campofìorito, ambasciatore a Venezia nel triennio 1737-174054; il pittore però è a Venezia solo dal 1765.
Del Gramiccia non si conoscono altre opere esistenti in Sicilia.

Scheda n° 2

Soggetto: S. Michele Arcangelo, l'Eterno e angeli musicanti

Tecnica: affresco

Collocazione: Monastero di Tor de' Specchi, Roma, coro della SS. Annunziata (catino absidale)

Datazione: 1749

Stato di conservazione: buono (restauro recente: maggio/novembre 1998)

Il coro del monastero di Tor de'Specchi, dedicato alla Santissima Annunziata e consacrato per il giubileo del 1600, fu decorato soltanto un secolo e mezzo più tardi, per l'anno giubilare del 1750.
Anche Gramiccia partecipò alla decorazione a fresco: stando al Libro di Memorie del monastero, il suo intervento si limitò al "riattare con molta magnifi­cenza le pitture della chiesa", e questo non è chiaro se si sia tradotto nell'affresca-re o nel riadattare, lavorando su qualcosa di preesistente, le decorazioni del catino, dell'arco absidale, e delle pareti ai lati dell'organo, sulla facciata interna.
Nel catino absidale, in alto al centro, sporgente da una nube, troneggia la figura di Dio, rappresentato con barba e capelli bianchi, avvolto da un fascio di luce e circondato da tre corone di cherubini disposti a raggiera, sospesi nella luce divina.
Al di sotto emerge S. Michele Arcangelo con l'armatura ed una spada, con cui sta per uccidere Satana, che giace sotto i suoi piedi.
Il santo protettore del cristiano militante è al centro di due sovrapposte schie­re di angeli, adagiati sulle nubi, oranti nella fascia sottostante e musicanti in quel­la sovrastante.
La figura mostra delle analogie con il S. Michele Arcangelo di Sebastiano Ceccarini, dipinto tra il 1748-1749 per S. Maria Liberatrice al Foro ed ora nel Monastero di Tor de' Specchi.
La tipologia seguita da Gramiccia era già stata adottata da Federico Zuccari e da altri maestri del Cinquecento, come Marco Pino.
Il pesante strato di ridipintura a tempera, attribuibile al XIX secolo, che aveva oscurato la bellezza e trasparenza degli affreschi, è stato rimosso durante i lavori di restauro condotti nel 1998.

Scheda n° 3

Soggetto: Gruppi di angeli musicanti

Tecnica: affresco

Collocazione: Monastero di Tor de' Specchi, Roma, coro della Santissima
Annunziata (facciata interna, ai lati dell'organo)

Datazione: 1749

Stato di conservazione: buono (restauro recente: settembre/dicembre 1999)

In questi due gruppi di angeli musicanti si riesce ad apprezzare il gusto raffinato del pittore nell'uso dei cangianti e degli effetti serici anche dorati, su una intonazione generale talora metallica.
Qui il restauro ha eliminato la ridipintura del XIX secolo, piuttosto fedele all'originale, ma che aveva apportato alcune varianti formali e cromatiche, come il cielo che, di un caldo giallo ocra nell'originale, aveva assunto fredde tonalità di colore grigio-azzurro.

Scheda n° 4

Soggetto: I Santi Bonaventura e Giuseppe da Copertino e il Beato Andrea Conti

Tecnica: olio su tela

Misure: cm 315 x 193

Collocazione: Chiesa di S. Carlo Borromeo, Cave, Cappella di S. Giuseppe da Copertino (pala d'altare)

Datazione: 1753

Stato di conservazione: buono



La cappella, intitolata a S. Giuseppe da Copertino, è dedicata anche a S. Bonaventura, vescovo e cardinale, e al Beato Andrea Conti, tutti e tre santi francescani conventuali.
Due angioletti di raffaelliana memoria, filtrati dal classicismo marattesco, in basso a sinistra, giocano con il cappello cardinalizio di S. Bonaventura; un secondo cappello, posato in terra, allude alla rinuncia alla porpora da parte del Beato Conti.
S. Giuseppe da Copertino è raffigurato in estasi: il santo, soprannominato Fratel Asino a causa della sua ignoranza, durante le meditazioni riusciva a compiere voli straordinari.
In questo piccolo complesso, Gramiccia utilizza un linguaggio semplificato che bene interpreta la destinazione provinciale e il carattere prettamente devozionale della cappella.

Scheda n° 5

Soggetto: Miracolo di S. Giuseppe da Copertino che salva un giovane

Tecnica: olio su tela

Misure: cm 230 x 167

Collocazione: Chiesa di S. Carlo Borromeo, Cave, Cappella di S. Giuseppe da Copertino (quadro della parete dx)

Datazione: 1753

Stato di conservazione: discreto


Il santo dei voli, nelle sue estasi, era in grado di compiere miracoli prodigiosi, come in questo caso: raffigurato in abito religioso, egli salva un giovane che sta per cadere nel vuoto.
L'impaginazione è basata sulla forte presenza di una linea diagonale; neo-cinquecentesco è l'inserimento dei due giovani in basso a sinistra che assistono alla scena.

Scheda n° 6

Soggetto: S. Giuseppe da Copertino ridona la vista ad una fanciulla

Tecnica: olio su tela

Misure: cm 230 x 167

Collocazione: Chiesa di S. Carlo Borromeo, Cave, Cappella di S. Giuseppe da Copertino (quadro della parete sin.)

Datazione: 1753

Stato di conservazione: pessimo (il dipinto è quasi illeggibile)

Sporgendosi da una nuvola, S. Giuseppe da Copertino tocca gli occhi di una fanciulla cieca e le ridona la vista.
Assistono al miracolo due persone, forse i genitori della giovane.
Interessante è la figura di donna inginocchiata in basso a sinistra, con le braccia aperte, che, per la spiccata monumentalità, sembra rievocare le soluzioni raffaellesche: la sua acconciatura, inoltre, ricorda le giovani fanciulle della Caccia di Diana del Domenichino.

Scheda n° 7

Soggetto: S. Giuseppe da Copertino resuscita un gregge colpito dalla grandine

Tecnica: olio su tela

Misure: cm 370

Collocazione: Chiesa di S. Carlo, Cave, Cappella di S. Giuseppe da Copertino (lunetta sopra l'altare)

Datazione: 1753

Stato di conservazione: discreto

Il santo, in abito religioso e con l'aureola, è raffigurato nella lunetta nell'atto di compiere un miracolo piuttosto curioso.
Un furioso temporale aveva ucciso, nei pressi di Copertino, un gregge di pecore; informato dai pastori dell'accaduto, egli si reca sul luogo del disastro e, viste le pecore morte, si accosta ad esse, le prende singolarmente per la coda, e comanda ad ognuna di alzarsi, in nome di Dio.
Le pecore allora tornano vive, ad una ad una, per la gioia dei pastori.
La scena, ambientata in un'atmosfera rurale, con una capanna sullo sfondo, risulta piuttosto simmetrica; a ciò il pittore cerca di rimediare con un dinamico dispiegarsi dei corpi alle estremità della lunetta.
Le ardite torsioni e l'evidenza di muscoli e vene sembrano elementi carracceschi.

Scheda n° 8

Soggetto: Assunzione della Vergine

Tecnica: olio su tela

Misure: m. 5 x 3

Collocazione: Collegiata dell'Assunta, Valmontone

Datazione: 1756

Stato di conservazione: buono

Sotto gli occhi stupefatti degli apostoli, la Vergine è portata in cielo da cori di angeli festosi. Nelle pose un po' impacciate, questi ricordano gli angeli di Tor de'Specchi: uno di loro esibisce addirittura la gamba muscolosa, proprio al centro della composizione.
Un altro porta delle rose, tipici fiori mariani, simboli della grazia e dell'amore divino, direttamente legati allo strumento liturgico del Rosario.
La Vergine è raffigurata con le braccia aperte e lo sguardo rapito in cielo: anche in questo momento, assume un atteggiamento di devota fiducia nel volere divino.
Verso di lei si levano gli sguardi sgomenti degli apostoli, riuniti attorno al sepolcro trovato vuoto, su cui è abbandonato il sudario: questo elemento sottolinea che Maria è assunta in cielo anche nel corpo.
La scena è ambientata sotto uno sfondo di paesaggio, con in primo piano le figure di San Giovanni Evangelista e San Pietro.
Dominanti sono il rosso e l'azzurro; i restanti colori sono fortemente chiaro­scurati.
Il dipinto viene realizzato dopo un tempo piuttosto lungo dalla consacrazione della chiesa, avvenuta nel 1703, a causa di un disaccordo sorto tra il principe Pamphili, che avrebbe voluto una pala marmorea sull'altare maggiore, e i canonici, che preferivano una pittura. Questi ultimi ebbero poi la meglio, grazie all'intervento della moglie del principe. Olimpia Caffarelli Pamphili infatti, commissionò al Gramiccia la pala, stabilendo un compenso di 1.250 lire.
Il pittore cerca di fondere, in una composizione patetica e monumentale, elementi della sua cultura classicistica emiliana con gli aggiornamenti propri della scuola romana. Egli realizza un lavoro elegante nello stile, memore di Annibale Carracci, Carlo Maratta e Domenichino: da essi recupera l'idea compositiva e il gioco di sguardi e gesti. Attorno al quadro, arabeschi a stucco circondano una cartella con la scritta "Assumpta est Maria in caelum".

Scheda n. 9

Soggetto: Estasi di S. Antonio da Padova dinanzi al Bambino Gesù

Tecnica: olio su tela

Misure: m. 4 x 2, 80

Collocazione: Chiesa dei SS. Silvestro Papa e Dorotea Vergine e Martire a
Porta Settimiana

Datazione: 1756

Stato di conservazione: buono

A S. Antonio, vestito di un saio bruno e intento nella lettura, appaiono, all'interno della sua cella, la Vergine con il Bambino, su un cuscino di nubi, tra angeli, secondo una soluzione iconografica già codificata da Maratta.
Alle loro spalle si affaccia, in modo quasi teatrale, S. Giuseppe.
In basso a sinistra, la coppia dei leziosi angioletti "neodomenichiani", che funge da riempitivo, già apparsa in una tela dipinta per Cave, reca dei gigli, simbolo iconografico del santo, emblemi della castità e della purezza.
In alto a destra due angeli, sporgenti da una nube, assistono alla apparizione.
È il dipinto più noto del Gramiccia, essendo stato esposto a Roma nel 1959 nell'ambito della mostra "Il Settecento a Roma", tenutasi presso il Palazzo delle Esposizioni.
Ancora una volta vi si dichiara la fedeltà dell'artista alla cultura bolognese del Seicento, con qualche aggiornamento desunto dall'ambiente romano di metà secolo, tra la grazia controllata del Masucci e certi impianti compositivi di Placido Costanzi.
L'opera mostra una certa consonanza del pittore con i modi napoletani e bolognesi.

Scheda n. 10

Soggetto: Allegoria del regno di Carlo III di Spagna

Tecnica: olio su tela

Misure: cm 75 x 63

Collocazione: Roma, collezione Lemme

Datazione: 1763

La composizione è gremita di immagini, ma accortamente impaginata quasi su un unico piano, con un gusto da incisione celebrativa.
Virtù, arti, filosofi, angeli trombettieri, ignudi muscolosi di prigionieri, armi e vasellami, animali simbolici e putti sgambettanti, si dispongono nelle rispettive canoniche attitudini intorno alla figura imbambolata del sovrano, che sembra volersi astrarre da tanto gesticolìo, accentuato dall'abbondanza di stoffe cangianti, lustri su sete e metalli.
Nelle giovani donne sono riconoscibili i ricordi delle belle inteipreti delle favole allegoriche del Lamberti in Palazzo Taverna e delle fanciulle del Domenichino nella Caccia di Diana.
I giovani muscolosi, posti in basso a sinistra, di cui uno di spalle, sono di caravaggesca memoria.
Sulla culatta del cannone, Lorenzo Gramiccia lascia scritto: " R. C. O. M. D. LAURENTIUS GRAMICCIA 1763".

Scheda n. 11

Soggetto: La Visita o Scena d'interno o Convegno di famiglia

Tecnica: olio su tela

Misure: cm. 43 x 58

Collocazione: Udine, Museo Civico (provenienza ignota)

Datazione: dopo il 1765

Stato di conservazione: buono

In seguito ad una ripulitura della superficie pittorica, è stata scoperta la firma del Gramiccia, ben leggibile sulla base della colonna di sinistra, L. Gramiccia F:
I modi espressivi del dipinto corrispondono a quelli dell'ultimo periodo di Pietro Longhi: l'opera si caratterizza per una messa in scena diluita e stentata, e per una condotta pittorica minuta delle figure..
Queste, di piccole dimensioni e in abiti contemporanei, sono caratterizzate da una solida volumetria e ambientate in un'ampia sala, animata dalla luce che proviene dalle finestre.
Gli esempi del Longhi, maturati sulla disponibilità culturale emiliana, aprono al Gramiccia nuovi orizzonti: come in questo caso, dove gli interni candidi e stupiti del maestro vengono riproposti con una trascrizione mimica e immaginativa di un primitivismo schietto ed innocente.
La sua opera si prospetta quindi in modo assai diverso dal conformismo delle pale d'altare; da questo momento si apre la possibilità di riconoscerlo anche in opere profane, sinora alternate alla cerchia del Longhi o del Ceruti.

Scheda n. 12

Soggetto: Madonna del Rosario tra S. Domenico e S. Caterina

Tecnica: olio su tela

Collocazione: Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, Venezia, Cappella della Trinità

Datazione: 1768

Stato di conservazione: discreto

La Vergine è raffigurata sul trono, con in braccio il Bambino e ai lati due angeli con le ali spiegate, di marattiana memoria, mentre sta per porgere il rosario a S. Domenico; ai piedi del santo è un cane con una torcia accesa in bocca, accanto ad una sfera.
È il simbolo dei Domenicani, appunto "Domini canes", servitori di Dio, che portano nel mondo la Sua luce.
Interessante è ricordare l'aneddoto secondo il quale la madre del santo, incinta, aveva sognato di dare alla luce un cane con una torcia in bocca, che metteva a fuoco il mondo.
Il Bambino, intanto, si volge verso S. Caterina da Siena, patrona dei Domenicani; tre angioletti recano i suoi simboli, i gigli, che sottolineano la castità della Santa ed un libro, probabile riferimento ai suoi scritti.
La scena, per il gioco degli sguardi e la varietà degli atteggiamenti, è carica di vibrante animazione.
La struttura gerarchica è basata proprio su un legame di sguardi e gesti che collegano i personaggi.
Le vesti colorate della Vergine spiccano sulla superficie scura; l'impostazione della sua figura e di quella di S. Domenico ricordano Cerniti in S. Maria del Rosario a Roma.
Evidente in questo dipinto è come, a contatto con l'ambiente artistico veneziano dell'epoca, Gramiccia rifiuti ogni suggerimento in termini di "pittoresco" o "rococò", per applicarsi a riprendere schemi compositivi addirittura cinquecente-schi, arcaizzando visibilmente anche nella forma del trono.
A manifestare un richiamo diretto alla grande tradizione cinquecentesca è soprattutto la disposizione in cerchio dei santi attorno al trono sopraelevato della Vergine.
I personaggi, nelle fisionomie e nelle attitudini, perdono quel tanto di caricato ed eccentrico che talora presentavano in opere del periodo romano, pur mantenendo chiari legami con esse.
L'opera è firmata e datata a destra, sulla fronte del secondo gradino: "Lorenzo Gramiccia P./ 1768.

Scheda n° 13

Soggetto: Elia e l'angelo

Tecnica: olio su tela

Misure: m. 2 x 0,90

Collocazione: Gallerie dell'Accademia di Venezia

Datazione: 1768

Stato di conservazione: discreto (restauro)

Il dipinto fu commissionato al Gramiccia per 20 zecchini nel gennaio del 1768 dalla Scuola della Carità il dipinto passa all'Accademia nel 1807; nel 1882 è dato in deposito alla chiesa di S. Giovanni Decollato.
In questa e nelle altre opere veneziane il pittore suscita un qualche interesse perché "le sue accademiche riprese della pittura del '500 sembrano già un avvio all'Ottocento veneto più reazionario".
Il pittore continua a far riferimento alla sua formazione bolognese - romana: nella figura del vecchio, riprende da vicino lo stesso personaggio disegnato dal Lamberti per il sordino di ugual soggetto nella Cappella di S. Pietro in Vaticano.

Scheda n. 14

Soggetto: Addolorata tra angeli con i simboli della Passione

Tecnica: olio su tela

Collocazione: Chiesa di S. Giacomo dall'Orio, Venezia, Cappella della
Addolorata

Datazione: 1770

Stato di conservazione: discreto

In primo piano è raffigurata la Vergine Addolorata, detta la Soledad o la Vergine della Solitudine; alle sue spalle è il Golgota.
Attorno, tre angeli piangenti recano gli strumenti della Passione di Cristo, che Lei contempla, la corona di spine, un chiodo, la canna con la spugna e la lancia.
L'opera, dignitosamente pietistica, ricorda la frequentazione di Giambettino Cignaroli.
È in questa paletta che, quasi a ribadire la sua provenienza anche culturale, il pittore si definisce "romano", non senza una punta di orgoglio: nell'iscrizione sotto la figura dell'angelo con la corona di spine, si legge infatti "Lorenzo Gramiccia / P. Romano 1770".
Il vecchio pittore sembra raggiungere qui un livello di qualità espressiva assai più alto che nella sua precedente produzione: per la pacata intensità di sentimenti, la finezza di una gamma cromatica prevalentemente ribassata e per la suggestione del paesaggio che si apre oltre l'arco della grotta.
La ricerca di più raffinati valori cromatici e preziosi accenti luministici provoca un coinvolgente effetto di tangibilità fisica delle figure, che emergono con forza dal fondo.

Scheda n. 15

Soggetto: Sacra Famiglia con i Santi Giovannino, Elisabetta, Anna e Zaccaria

Tecnica: olio su tela

Misure: cm. 108 x 78

Collocazione: Musée du Séminaire, Quebec, Canada (proveniente probabilmente dalla chiesa di S. Simeone Grande, Venezia)

Datazione: 1771

L'episodio rappresentato fa riferimento alla sosta della Sacra Famiglia, di ritorno dall'Egitto, presso Elisabetta, cugina di Maria.
Accanto a S. Giuseppe è Zaccaria: i due assistono attenti al momento in cui S. Giovannino adora il Bambino Gesù: il piccolo, vestito con pelli di animale, porta già con sé la ciotola del battesimo e una piccola croce di canna, carica di presagi.90
Si tratta di prefigurazioni del Battista, precursore di Gesù.
Nell'ambientazione ancora una volta classica, il vissuto familiare viene presentato con una intonazione quasi intimistica.
Nella teletta sono riconoscibili spunti genericamente raffaelleschi, ma la composizione è originale e non una copia di Raffaello, come il Thieme-Becker attesta.
In un frammento marmoreo in basso al centro, si legge l'iscrizione "L. GRAMICCIA P. F. IN VENEZIA 1771".
Il quadretto, esposto nel 1771 sull'altare dell'Annunziata, nella chiesa di S. Simeone Grande, è poi menzionato negli inventari della stessa chiesa, nel 1821 e 1840, dove è ricordato di proprietà degli eredi della famiglia Pasquini.
Nel 1852 era emigrato nella collezione Legare.

Scheda n. 16

Soggetto: Vergine Immacolata

Tecnica: olio su rame

Misure: cm. 30 x 22

Collocazione: Venezia, collezione Priuli

Datazione: 1776

Stato di conservazione: buono

Tra due angeli che le tengono il mantello, l'Immacolata, dai lunghi capelli biondi, è raffigurata adagiata su una nube, con il capo cinto da una corona di stelle, e la luna ed un serpente sotto i suoi piedi: il pensiero corre all'Apocalisse giovannea e ai 7 segni, dei quali il primo è proprio "una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle".
Si tratta di una visione allegorico-simbolica sul conflitto tra il regno di Dio e il regno di Satana.
Maria trionfa sul demonio; come Signora dell'Apocalisse, esprime l'aspetto lunare legato alla dimensione della morte.
La luna, antico attributo di Iside e della casta Diana, viene trasferito alla iconografia della Vergine: nella cosmologia cristiana,
la Vergine-Luna affianca il Cristo-Sole nel governo dell'universo.
Tale dipinto, dall'aspetto aggraziato, è firmato e datato sul retro; la delicatezza di forma e di colore lo fanno sembrare quasi un pastello.
Per il sorriso appena accennato della Vergine ed il volto quasi di fanciulla, Gramiccia sembra aver cercato ispirazione nei tipi del Correggio.

Scheda n. 17

Soggetto: Allegoria

Tecnica: olio su tela

Misure: cm. 38 x 47

Collocazione: Gallerie dell'Accademia, Venezia.

Datazione: ?

Stato di conservazione: discreto (alterazioni e piccole lacune)

Attribuzione: incerta

Proveniente dal convento di S. Giorgio Maggiore; inviato a Vienna nel 1838, non esposto, rimase nel deposito del museo e fu restituito nel 1919.
Con evidenti intenzioni allegoriche, è raffigurato un bimbo dormiente appoggiato ad un teschio, con accanto una clessidra.
Per l'invenzione di questo "memento mori" e la fattura alquanto generica, è dubbio il riferimento al pittore romano."
Il teschio simboleggia la morte, la clessidra il tempo, il bimbo dormiente il sogno.

Scheda n. 18

Soggetto: S. Pietro resuscita Tabita

Tecnica: olio su tela

Misure: cm. 99 x 56

Collocazione: Accademia dei Lincei, Roma

Datazione: ?

S. Pietro è raffigurato in piedi, accanto al letto di Tabita, che, piena di meraviglia, ha appena aperto gli occhi.
Accanto a lei stanno molte donne, forse le vedove indigenti per le quali la donna confezionava tuniche e mantelle.
In questa nitida e colorita paletta, presente nella Collezione Corsini nel 1808 appare ancora attiva la ormai lontana lezione del Lamberti: il richiamo è infatti alla sua pala con il "Miracolo di S. Francesco di Paola" nella chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani a Roma.
Il Gramiccia la prende a modello per l'ambientazione della storia in un edificio classicheggiante su uno sfondo di paesaggio, citando quasi alla lettera una figura di donna semiadagiata in primo piano.
Questa, con la bocca dischiusa, fa tornare alla mente anche le donne della drammatica Strage degli Innocenti di Guido Reni e le fanciulle del Domenichino.
La narrazione per gesti e per volti espressivi è di estrazione bolognese.
Il pittore è spinto a caricare le pose e le fisionomie, ad attorcere panni e tendaggi, con un risultato che è ben lontano dalla calibrata rappresentazione di Bonaventura Lamberti.
Evidente è il legame con l'opera di uguale soggetto di Placido Costanzi per S. Maria degli Angeli a Roma, soprattutto nelle figure di S. Pietro e di Tabita, mentre i due giovani a torso nudo sembrano caravaggeschi.

Scheda n. 19

Soggetto: Ritratto di gentiluomo a cavallo

Tecnica: olio su tela

Misure: cm. 43 x 34

Collocazione: Venezia, Cà Rezzonico, Museo del Settecento Veneziano, Sala
del Ridotto. Già nella raccolta Sagredo a Venezia (1871)

Datazione: 1780/1785

Stato di conservazione: mediocre

Attribuzione: incerta


Attribuito a Pietro Longhi da Lorenzetti, appare di qualità mediocre ed accostabile alla produzione del Gramiccia.
Si tratta probabilmente di un militare, perché nello sfondo si intravede un forte con torri e bastioni.
È nel complesso un dipinto piuttosto modesto.
In passato è stato più volte messo in dubbio, anche a causa delle cattive condizioni di leggibilità: nel 1960, il restauro di Urban lo ha liberato da ossidi e vernici oscurate.

Scheda n. 20

Soggetto: Carlo Goldoni nello studio

Tecnica: olio su tela

Collocazione: già Collezione Cresp i- Morbio, Milano; ora a Venezia, Museo
Correr.

Datazione: ?

Attribuzione: incerta

Il noto commediografo è raffigurato seduto ad un tavolo, nel suo studio, in compagnia di altri probabili letterati.
Sullo sfondo, una ricca libreria.
Attribuito a Longhi da Gamba, è riferibile a Gramiccia secondo Pignatti.

Scheda n. 21

Soggetto: Lezione di geografia

Tecnica: olio su tela

Collocazione: Venezia, Galleria G. Franchetti, Cà d'Oro

Datazione: ?

Attribuzione: incerta

Opera riferibile ad un seguace di Pietro Longhi, forse Gramiccia, per l'analogia con Carlo Goldoni nello studio, da alcuni attribuita all'artista romano..
Si tratta di una notazione di costume illuministica: la scienza è colta nel suo risvolto mondano ed è divulgata anche tra i non specialisti.

Scheda n. 22

Soggetto: Convegno di famiglia

Tecnica: olio su tela

Misure: cm. 54 x 72

Collocazione: Venezia, Cà Rezzonico, Museo del Settecento
Veneziano. Lascito Manfredini (1874)

Datazione: ?

Stato di conservazione: cattivo

Attribuzione: incerta

A lungo nei magazzini, fino a quando fu liberato da una ridipintura che lo aveva trasformato in un Concerto..
Restaurato da Urban nel 1952.
Stanca pittura, accostabile al Gramiccia per i toni grigio bruni, la pennellata breve e le caratteristiche tipologie..

Scheda n. 23

Soggetto: Apparizione di Gesù Bambino a San Filippo Neri

Tecnica: incisione su rame di F. Berardi da L. Gramiccia

Collocazione: Roma, Istituto Nazionale per la Grafica

Datazione: ?

San Filippo Neri è raffigurato in preghiera, la notte di Natale, davanti all'altare, assistito da due personaggi, mentre avviene il miracolo della apparizione
Il pittore riprende vecchi schemi compositivi già sperimentati nella pala di S. Dorotea a Roma, soprattutto nella figura del Bambino adagiato sulle nubi.
Il nome di "Gramic. a inv. etpinx" fa riferimento ad un dipinto di questo soggetto.
Una didascalia in calce descrive la scena: " S. Filippo Neri mentre pregava la notte del SS.mo Natale, vedendo comparir sopra l'altare il Bambino Gesù, lo mostra a due dei suoi penitenti".

Scheda n. 24

Soggetto: Madonna con il Bambino dormiente e San Giuseppe

Tecnica: incisione su rame di G. Lante da L. Gramiccia

Datazione: ?

Collocazione: Venezia, Museo Correr


La resa cromatica dell'incisione, con i suoi passaggi di chiaro e scuro, interpreta perfettamente il dipinto di Gramiccia e trasmette una certa dolcezza, chiudendo la Madonna con il Bambino in una forma ovale.
Questa incisione si può accostare al disegno con la Sacra Famiglia e al dipinto di Quebec.
Anche in questo caso, la scritta "Laurentius Gramiccia pinx." fa riferimento ad un dipinto di questo soggetto.
La didascalia in calce recita: "Ego dormio et Cor meum vigilat".

Scheda n. 25

Soggetto: Sacra Famiglia con S. Giovannino

Tecnica: disegno a sanguigna

Misure: mm 123 x 178

Datazione: ?

Collocazione: Augsburg, Musei Comunali



Il disegno, tracciato con leggerezza sul foglio con una matita rossa, che evidenzia la struttura della carta, è ambientato in un paesaggio alberato e raffigura in primo piano il gruppo che giace disteso.
Il volto della Madonna ricorda immediatamente quello dell'Immacolata dipinta su rame, in collezione privata; le mani e in particolare quelle di S. Giuseppe sono alquanto goffe. Come riferimento si può tener presente il S. Giuseppe della Sacra Famiglia di Quebec.
Appare la scritta antica di un collezionista che individua il disegno come "Laurentii Gramiccia Auctographum"
.

Scheda n. 26

Soggetto: Padre Eterno che crea sole e luna

Tecnica: disegno a penna, inchiostro marrone, acquerello grigio
sopra tracce di carboncino

Datazione: ?

Collocazione: Augsburg, Musei Comunali


Diverso nella tecnica, il disegno, realizzato con la penna, risulta più lineare.
L'Eterno, rappresentato con lunghi capelli e barba, vola sulla calotta superiore della terra e con le braccia aperte indica il sole e la luna.
Compare anche qui la scritta antica del collezionista, che ritiene il disegno "Laurentii Gramiccia Auctographum".

Scheda n. 27

Soggetto: Gruppo di figure

Tecnica: disegno a carboncino

Misure: mm 157 x 224

Datazione: ?

Collocazione: Augsburg, Musei Comunali

Sono rappresentati una donna seduta in basso a sinistra, con il braccio teso verso l'alto e una figura maschile in piedi, nello stesso gesto, in abiti militari e con un cappello.
Alcune assonanze formali fanno pensare a Pietro della Vecchia, che presenta simili figure con costumi dalle maniche voluminose.
Appare di nuovo la scritta antica del collezionista, che ritiene il disegno "Laurentii Gramiccia Auctographum".

Scheda n. 28

Soggetto: Studio di una mano

Tecnica: disegno a matita

Misure: mm 277 x 210

Collocazione: Augsburg, Musei Comunali

Datazione: 1770-1780

La mano poggia su un supporto in modo che le dita risultino piegate.
In questo piccolo studio, Gramiccia riesce meglio ad affrontare la anatomia della mano rispetto agli altri disegni.
La scritta del collezionista propone anche qui l'attribuzione al nostro artista, che si può confermare osservando lo stesso tratto morbido sulla superficie della carta

Regesto Documentario

Per ogni documento rinvenuto, di cui si riporta la fotografia o la fotocopia, è stata fatta la trascrizione e traduzione

Certificato di nascita e battesimo di Lorenzo Gramiccia

Presenza di Lorenzo Gramiccia a Roma, in Vicolo delle Grotte, nell'abitazione del maestro Lamberti

Lettera autografa in cui Lorenzo Gramiccia si impegna ad eseguire gratuitamente un dipinto per Genazzano

Sollecito di Lorenzo Gramiccia all'Uditore di Genazzano per il quadro

Altro sollecito di Lorenzo Gramiccia per il prossimo rientro a Roma

Prova dello stato libero di Lorenzo Gramiccia e Laura Frusinetti e certificato di cresima del Gramiccia

Cerificato di matrimonio di Lorenzo Gramiccia e Laura Frusinetti

Presenza di Lorenzo Gramiccia in Palazzo Farnese con Laura e Clemente Frusinetti

Pagamenti effettuati a Lorenzo Gramiccia per la decorazione della Cappella di S. Giuseppe da Copertino

Commissione al Gramiccia della tela con "Elia e l'angelo"

Certificato di Morte di Lorenzo Gramiccia

Cave, Archivio Parrocchiale di S. Maria Assunta

Certificato di nascita e di battessimo di Lorenzo Gramiccia

Die 8 Januarij 1702
Gaspar Julianus Laurentius natus die 7 hora 13 ex Antonio de Gramineis et Lucretia de Lutijs coniugibus baptizatus fuit a Domino Canonico Antonio Manno de licentia mei Joachini de Simeonibus archipresbiter Collegiatae Parrocchialisque Ecclesiae S. Mariae terra Cavarum iuxta ritu Sanctae Romanae Ecclesiae. Compares fuere Thomas de Cecconis et Maria de Mazzenghis coniuges.

8 gennaio 1702
Gaspare Giuliano Lorenzo nato il 7 alle 13 da Antonio Gramiccia e Lucrezia Luzzi coniugi è stato battezzato dal Signor Canonico Antonio Manni su mia licenza, Gioacchino Simeoni, arciprete della Collegiata Parrocchiale e chiesa di S. Maria in Cave, secondo il rito di Santa Romana Chiesa. Padrini furono Tommaso Cecconi e Maria Mazzenga coniugi.

Roma, Archivio del Vicariato

Stato delle anime di S. Salvatore in campo, 1721, foglio 19: presenza di Lorenzo Gramiccia a Roma, in Vicolo delle Grotte, nell'abitazione del maestro Lamberti.

Nella Strada delle Grotte:
- signor Ventura Lamberti da Carpi pittore, 64
- Lorenzo d'Antonio Gramiccia da Cave, 17.
.

Subiaco, Biblioteca di S. Scolastica

Lettera autorgrafa in cui Lorenzo Gramiccia si impegna ad eseguire gratuitamente un dipinto per Genazzano.

Genazzano 1728
Lorenzo Gramiccia si obbliga a fare gratis il quadro per la Cappella dei Carcerati
di Genazzano, qualora gli si diano tela e colori.

Io sottoscritto con la presente dichiaro che ogni qualvolta mi venga somministrata la tela e colori necessari per fare il quadro per la cappella di Genazzano dei poveri carcerati, nel rimanente per la fattura di esso quadro dichiaro di rilasciare per carità la detta fattura e così dico, dichiaro e mi obbligo non solo in............ma in ogni altro miglior modo. In fede, 15 marzo 1728, in Genazzano. Lorenzo Gramiccia promette come sopra mano.

Subiaco, Biblioteca di S. Scolastica

Sollecito di Lorenzo Gramiccia all'Uditore di Genazzano per il quadro.

Cave, 3 maggio 1728

L'Illustrissimo signor Auditore di Genazzano è riverito da Lorenzo Gramiccia, suo obbligatissimo servitore; fa saperli come ancora si aspetta la tela, conforme restò con V. S. Illustrissima, il medesimo desidera che li si mandi la tela, e lo schizzetto che fece, e fu portato a Roma dal signor Cardinale; e il signor Contestabile Colonna dia ordine ... al signor Erario che mi mandi quindeci pauli per i colori che io li mando a comprare a poco per volta secondo il bisognio che mi farà.
Ecco quanto posso dirli che quanto restai con V. S. Illustrissima e ai suoi stimatissimi comandi mi confermo.

Subiaco, Biblioteca di S. Scolastica

Altro sollecito di Lorenzo Gramiccia per il prossimo rientro a Roma.

Il breve trattenimento in Genazzano non mi ha permesso la comodità di discorrere con V. E. sopra il consaputo quadro da farsi per la Cappella delle Carceri di Genazzano secondo il trattato fattomi a nome di V. E. dal suo signor Auditore, che però essendo già scorsi due e più mesi non peranche si vedono né la tela, colori e schizzo che feci e niun'altra risolutione, perlochè ho stimato bene con queste due righe notificarle tale affare, acciò veda di sollecitarlo, mentre se a più si allunga non potrò aver l'onore di servirla per aver destinato portarmi a ridimorare in Roma quanto prima.
Onde con più prestezza sia possibile, ne sto attendendo l'opportuna risoluzione, con che sempre più Vassallo Fedelissimo mi confermo e ai cenni stimatissimi di Vostra Eccellenza e di tutta l'Eccellentissima sua casa a cui infinite obbligazioni professo, resto con farle un profondissimo inchino.

Cave, 6 giugno 1728

Devotissimo e Obbligatissimo Servo e Vassallo Lorenzo Gramiccia..

Roma, Archivio del Vicariato

Notaio Gaudentii, Positiones Matrimoniales: prova dello stato libero di Lorenzo Gramiccia e Laura Frusimetti e certificato di cresima del Gramiccia.

Il Reverendo Signor Curato della chiesa di S. Caterina della Ruota, esplorato (assunte informazioni), che averà la volontà del (sottoscritti) infrascritti contraenti, autone dalli medesimi il consenso, e trovatili istruiti nei misteri della nostra Santa Fede, publicarà il matrimonio che desiderano contraere insieme il signor Lorenzo Gramiccia, figlio del fu Antonio da Cave, diocesi di Palestrina, e la signora Laura Frusinetti, figlia del signor Giovanni Andrea di Paliano, diocesi di Palestrina, ambi di codesta sua podestà.
E fatte che averà le tre debite denunciazioni secondo il rito della Santa Madre Chiesa e Sacro Concilio di Trento ne farà fede in pie di questa, (risultando evidente) costando avere li suddetti contraenti esibite negli atti dell'infrascritto {sottoscritto) nostro notaro tutte le giustificazioni necessarie per la prova del di loro stato libero. Dal Palazzo della Nostra solita Residenza il dì 9 del mese di novembre 1749.
.

Fidem facio ego infrascriptus, qualiter in libro B8 Confirmatorum huius Sacrosanctae Lateranensis Ecclesiae omnium Urbis e Orbis Ecclesiarum Matris e Capitis reperitur fol. 4 in fronte libri. Infrascripta particula: videlicet = die 9 novembre 1710.

Io scritto qui sotto mostro, come si legge nel libro B8 dei cresimati di questa Sacrosanta Chiesa Lateranense della Città di tutti e Madre delle chiese del mondo e la Principale, sul foglio 4 sull' esterno del libro: nell' inciso sotto scritto: si può vedere: 9 novembre 1710.
... Dominicus de Paulis Archiepiscopus ... confirmavit Laurentium Gramiccia filium Antonij atque Lucretiae coniugum ex terra Cavarum Praenestines diocesis. Patrinus fuit Marius Tuttopetto.
Domenico de Paolis arciprete cresimò Lorenzo Gramiccia figlio di Antonio e Lucrezia coniugi da Cave, diocesi di Palestrina. Padrino fu Mario Tuttopetto.

Roma, Archivio del Vicariato

Liber Matrimoniorum S. Caterina della Rota, p. 25, n. 82, 12 dicembre 1749: certificato di matrimonio di Lorenzo Gramiccia e Laura Frusinetti.

Roma, Archivio del Vicariato

Stato delle anime di S. Caterina della Rota, 1753, p. 89: presenza di Lorenzo Gramiccia in Palazzo Farnese con Laura e Clemente Frusinetti.

Porta n. 3
Signor Lorenzo Gramiccia da Cave pittore, 49; Signora Laura Frusinetti da Paliano, ........32; Signor Clemente Frusinetti, fratello della detta, 23.

Cave, Archivio del convento di S. Carlo

Notizie sul convento di Cave scritte da Padre Giovanni Battista Ciavardini nel 1899 (manoscritto): pagamenti effettuati a Lorenzo Gramiccia per la decorazione della Cappella di S. Giuseppe da Copertino.

Venezia, Archivio di stato

Scuola Grande di S. Maria della Carità ( busta 272, notatorio XVIII, ce. 216-217): Commissione al Gramiccia della tela con "Elia e l'angelo".

30 gennaro 1768

Accordo pittar per dipinger un quadro nella Cancelleria.
Dal riverito comando del signor Ottavian Marconi della veneranda Scuola di S. Maria della Carità, e li signori due deputati ricevo io sottoscritto la commissione di dipinger nella nuova Cancelleria di detta veneranda scuola un quadro di altezza di piedi 6 circa, largo piedi 2: rappresentante il profeta Elia addormentato nel deserto e risvegliato dall' angelo, che accennandogli il pane, ed acqua, gli comanda di mangiare e bere, e poi fuggire, come si rileva dalla istoria, opera che merita tutta l'attenzione e alla quale applicandomi con ogni mia attenzione spero di ritrarre l'universale compatimento.
Accettato dal suddetto signore e dagli altri due soggetti qual doveva essere la rico¬gnizione mia per detta opera da farsi, per obbedienza devo creder conveniente il prezzo di zecchini 26, lusingandomi compiacere a chi mi onora della ordinazione. Io Ottavian ... Marconi accordo la suddetta opera compita e quando venga applau¬dita per zecchini 20.
... Io Lorenzo Gramiccia mi obbligo a quanto sopra per il suddetto prezzo di zecchini numero vinzi.

Venezia, Archivio Patriarcale Diocesano

Certificato di morte di Lorenzo Gramiccia.

10 agosto 1795.

Il signor Lorenzo Gramiccia Romano quondam* Antonio d' anni 93 da gran tempo
infermiccio morì da cattaro soffocativo alle ore 24 di questo giorno.
Fu visitato dall' Eccellenza Giampietro Pellegrini M. A., per di cui opinione il di lui cadavere resterà insepolto almeno ore dodici. Sarà fatto seppellire dai suoi figli con prete e chierico dentro dimani. 
sta per "fu" Antonio.

Conclusioni

Dall'analisi fin qui svolta, Lorenzo Gramiccia appare un pittore difficilmente inquadrabile in una formula: per la sua produzione artistica è opportuno parlare di "eclettismo", dal momento che i suoi lavori nascono dalla ripresa di vari modelli.

Notevole è la sua capacità di usufruire delle fonti più disparate, amalgamandole in uno stile personale: egli è un pittore multiforme che utilizza testimonianze legate alla cultura settecentesca ed altre più aggiornate che sembrano aprire all'Ottocento. Il risultato è una osmosi di fonti diverse che vanno dal Cinquecento ai contemporanei.

Dominante, nella sua produzione religiosa, è la componente classicista che, inseribile nell'orbita emiliana esemplata sul Domenichino e il Reni, risale fino a Raffaello attraverso Maratta.

Presenti nei suoi lavori sono i principi belloriani del decoro, della composizione, del buon disegno, della espressione degli affetti: le sue Vergini sono pervase da una dolcezza languida, hanno volti delicati ed esprimono tutte una soffusa malinconia.

Educato a Roma, nella tradizione della scuola lombarda trasmessagli dal maestro Lamberti, Lorenzino è indirizzato verso la pittura napoletana grazie al contatto con Sebastiano Conca.

Nel periodo romano e nelle pale d'altare infatti, i suoi modi sembrano consonare con quelli napoletani e bolognesi: i personaggi, nelle fisionomie e nelle attitudini, hanno un carattere caricato ed eccentrico.

Su schemi compositivi cinquecenteschi, emergono caratteri neosecenteschi nelle forme, mentre il gusto del colore è tipicamente settecentesco: c'è, da parte dell'artista, un tentativo di fondere gli elementi della sua cultura classicistica emiliana con gli aggiornamenti desunti dall'ambiente romano di metà secolo.

Quando arriva a Venezia, Lorenzino è artisticamente formato, ma il suo stile, a contatto con l'ambiente lagunare, subisce un'evoluzione: i toni della sua pittura diventano più languidi, la gamma cromatica risulta raffinata e ribassata, il livello di qualità espressiva dei suoi lavori si fa più alto, per merito di una più pacata intensità di sentimenti.

A confronto con l'ambiente veneziano di fine secolo, egli rifiuta totalmente lo stile rococò, rimanendo legato al suo accademico conformismo.

Neoclassicista è la tenue cromia del colore dei suoi dipinti, raffinato è il gusto nell'uso dei cangianti e degli effetti serici anche dorati, su una intonazione generale talora metallica: i toni si fanno grigio bruni e la pennellata breve.

Da Pietro Longhi egli assimila il sapiente cromatismo e la predilezione per l'analitico descrittivismo pittorico: egli, come il grande Maestro, si fa testimone curioso e sensibile del mondo settecentesco e dello stile di vita della nobiltà veneziana.

Nelle scenette di genere del periodo veneziano, il linguaggio longhiano viene irrigidito: le forme sono più stentate e i colori meno brillanti.

Lorenzino ripropone gli interni del Maestro con una trascrizione mimica ed impaginativa di un primitivismo schietto ed innocente, con una messa in scena diluita e stentata.
Descrive, con acutezza, quotidiane scene di vita, tratte dalla realtà del suo tempo, rivelando l'essenza di un mondo, concentrata in piccole scene da salotto.

Ad avere un peso determinante sulla produzione di Gramiccia è anche l'esempio di Giuseppe Maria Crespi, maestro bolognese, autore di scene contemporanee in cui è evidente la tendenza a riprodurre la realtà con fedeltà e rigore.

Lorenzino è stato considerato un pittore interessante in quanto "le sue accademiche riprese della pittura del Cinquecento" sono sembrate un "avvio all'Ottocento veneto più reazionario", ed è forse proprio questa la lettura migliore che si può dare di questo artista poco noto ai più: uno sguardo al passato, con un passo in avanti verso il futuro.