Viaggio intorno a Cave
Sant'Anatolia
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La Chiesa di Sant'Anatolia

uel popolo che sentiva veramente la fede in Cristo e la religione fosse per lui la base della vita, costruì sul finire del secolo X, su scogli di pozzolana, all’estremità del Grapello (ora Rapello), la chiesa dedicata alla Beata Vergine, che oggi nomasi Sant’Anatolia.(1)

I Benedettini n’erano tanto devoti e la stabilirono prima parrocchia del paese che ivi sorgeva. Fu poi officiata da preti secolari, indi abbandonata alle invasioni barbariche, rimanendo le poche vestigia alla memoria dei fedeli per le molte vite spente, i cui resti d’ossa e crani, sono ammassati nel vano soprastante della chiesa stessa. Questi miserandi avanzi di cristiani d’ogni sesso, d’ogni età, d’ogni vizio, d’ogni virtù, sono dimenticati la dentro in chiuse pareti per evitare l’accesso ad estranei; ma possono essere viste e controllate salendo su di una scala mobile, attraverso un’incomoda finestra. Quanti lugubri pensieri ci sovrastano dinanzi a sì macabro spettacolo! Dove trova più la mistica corrispondenza d’amorosi sensi? Ezechiele avrebbe detto: aride ossa, rivestitevi di carne, sorgete e camminate.

Si accede a questa storica chiesetta per un ingresso, che non deve essere stato il primitivo, poiché il primitivo non si riscontra tanto facilmente, causa la distruzione sofferta. La porta d’ingresso richiama il 1600, epoca in cui fu riparata e dipinta. Si crede fosse quasi distrutta dalle invasioni barbariche e da soldatesche spagnole.

chiesa di santa maria del rapello detta di sant'anatoliaLa chiesa si presenta ora di un solo vano superstite; ma indagando minutamente la sua costruzione e i resti delle mura che circondano, si arguisce che essa fosse molto più grande; lo dimostrano le arcate a crociera del soffitto, poggianti su solidi pilastri e su mura esterne.

Il visitatore che vi entra, gli si presenta un affresco che abbraccia tutta la parete frontale rappresentante, il Battesimo di Gesù. Nello stesso affresco si osserva San Cristoforo privo di un piede, che ci riporta ala nota leggenda di aver egli tirato un calcio alla propria madre. Mutilazione eseguita da se medesimo a punizione del mal fatto, ed un angelo gli sta dietro in atto d’abbracciarlo misticamente.

Il lavoro è di mediocre fattura e risale ai primi del 1600, allorquando, dirupa la chiesa in vari punti, fu costruita questa parete su cui fu eseguita il dipinto.uno dei suoi affreschi

Curiosa è la posizione dell’altare che lo vede situato alla sinistra in fondo all’aula, formato di un blocco monolitico parallelepipedo con la relativa pietra sacra incastonata sul piano superiore, tipo prativo degli antichi cristiani, come dice San Paolo detto trapeza(2).

Studiato bene l’ambiente, si suppone che l’altare, nel momento della fabbricazione della chiesa non sia stato mai appoggiato al muro; ma isolato, come gli altri altari delle grandi basiliche e che il muro poggiante ora l’altare su cui capeggia la Vergine col Bambino, non doveva essere mai esistito per dare all’ambiente maggiore vastità e dare agio al migliore raccoglimento dei fedeli.

Si nota su quest’unico altare un piccolo Crocefisso di bronzo di mirabile fattura, saldato in un punto perché fu spezzato con una sassata scagliata da vandalica mano attraverso una finestra.

Il dipinto che sovrasta l’altare è di grande importanza essendo della seconda metà del 1400; troviamo sulla sinistra della stessa parete un San Pietro di mano maestra, che risale all’epoca dell’erezione della chiesa. Osservando sempre a sinistra, altro dipinto, i cui segni iconografici sono pressoché spariti al punto da non poter decifrare che cosa rappresentasse. Sempre a sinistra del visitatore vi è altro affresco in tutta figura sbiadito, che potrebbe dirsi essere Gesù sormontato da nimbo e portante un lungo e semplice bastone. Questa pittura e d’epoca incerta e di nessun valore, poiché deve aver occupato posto ad altra migliore deteriorata dal tempo.

A sinistra di chi entra, vi è un affresco di una certa importanza storica ed artistica rappresentante Sant’Anatolia in piedi con palma nella mano destra e una vipera che avvolge con le sue spire la mano sinistra, la santa porta conficcata in petto, una spada. Al suo fianco vi è San Rocco con due cani tenuti a guinzaglio in una mano, mentre con l’altra porta un lungo bastone su cui è poggiato un capello.

Qualcuno arguisce che sia San Mauro (3), discepolo di San Benedetto. Egli fece il prodigio di salvare il giovine Placido che stava per annegare; restituendolo ai genitori salvo e parlante perché muto e sordo.

Completa il quadro in parola una gran testa del Redentore fra nubi e luce, proteggendo dal cielo i due santi.

Alla destra di questo quadro, ve n’è un San Carlo Borromeo, d’epoca recente e di buona fattura. L’affresco è stato eseguito pure su di un muro che chiude il vano di una finestra o di una porta che comunicava ad altro ambiente facente parte della chiesa stessa, ambiente che ora è ridotto a fienile.

I vari affreschi sono intorno al 1600 e 1700 di ignoto autore; ma può darsi che fossero opera di Giacinto Brandi di Poli, nato il 1633 e morto nel 1701, che lavorò molto in provincia di Roma per pale di altare, affreschi di soffitto, per incarico del cardinale Francesco Barberini, intorno al 1650, come pure quelli che ammiriamo nell’abside della storica chiesetta di Santa Maria in Plateis.

Della chiesa è rimasta meno della metà della primitiva: essa confina con la strada del Grapello o Rapello, con la proprietà d’Antonio Chialastri fu Raimondo a sud, e con Antonio Donnini fu Angelo ad est, queste due proprietà private erano senza dubbio, locali facenti parte della chiesa. Il vano rimasto ancora alla venerazione dei fedeli è illuminato da due finestre senza imposte e chiuse da robuste ferrate. In alto, sempre sulla stessa parete che guarda la strada del Rapello, vi è stato praticato un occhiolone, allorquando il Fondo del Culto, s’interessò di farvi una riparazione sommaria all’intero fabbricato, già troppo deperito.

Le riparazioni in parola non si limitarono alle mura e al tetto; ma a fermare con cemento le pitture interne della chiesa. Sul tetto vedesi tuttora il piccolo campanile privo di campana.

Certe autorità ignare e poco amante delle opere dei nostri avi, hanno lasciato incustodita tanta memoria che un giorno potrà essere di scuola alle future generazioni.

Fino al 1900 ancora si officiava e si festeggiava la Sant’Anatolia, e il giorno 10 luglio di ogni anno, i cavesi costruivano lungo le vie adiacenti alla chiesa, baracche con ogni sorta di cibarie e vini. S’iniziava la festa con spari e messa cantata. Durante il giorno seguivano canti, balli e baldorie.

La storica chiesetta è rimasta abbandonata alla distruzione del tempo, dimenticando così tante memorie artistiche che ci fanno pensare.

 

 

 

 

(1) Il corpo di questa santa giace nel tempio di Santa Scolastica a Subiaco, ove altre quattro cappelle sono sagrati a Santa Scolastica, a San Mauro, a Sant'Orsola e al SS. Crocefisso.

 

(2) Nei primi tempi della chiesa cristiana, l'altare veniva generalmente sostenuto da quattro colonnette. In seguito prese forma di un'arca, vuota nell'interno deponendovi reliquie e talvolta corpi interi di santi, i quali potevano essere veduti come possiamo osservare il corpo di Santa Euple nella chiesa di San Carlo. Gli altari, nei primi tempi, erano di legno e portatili, potendo facilmente i fedeli trasferirli da un luogo all'altro, durante la loro persecuzione.

Dopo la pace data alla chiesa da Costantino, gli altari cominciarono a fabbricarsi di pietra, d'argento, d'oro intarsiati con pietre preziose. Nei primi secoli in ogni chiesa ebbe un solo altare, poi se ne aumentarono di numero, non era come oggi, affisso alle pareti; bensì posto nel mezzo della chiesa, perché il sacerdote, che faceva il sacrificio potesse essere facilmente veduto da tutti i fedeli. Siccome in quei tempi avevano l'uso i cristiani di pregare rivolti all'oriente, così allora si erigevano anche gli altari con la faccia verso quel punto cardinale.

 

(3) San Mauro era scalpellino dell'ordine dei Minimi ed ebbe altri discepoli sia nell'arte che nella fede, e si potrebbe congetturare che uno d'essi monaci abbia scalpellato il blocco monolitico dell'altare di Sant'Anatolia. Non può dirsi che lo abbia lavorato San Mauro, perché egli morì nel 505 dopo cristo e la chiesa fu costruita oltre tre secoli dopo.