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Cave com'era

fatti e immagini di tempi lontani

Piazza del Plebiscito

La strada provinciale proveniente da Palestrina, all’imbocco dell’abitato di Cave, s’immette, con un’ultima ripida curva costretta com’è a bordeggiare le prime case della cittadina nella Piazza del Plebiscito, una delle più spaziose di Cave.

La Collegiata
del Principe

La chiesa di Santa Maria Assunta, la cui fronte settecentesca si affaccia sulla Piazza del Plebiscito, gode dei titoli di insigne collegiata e di chiesa principale o matrice della città di Cave. 



L'antico borgo

Il borgo di Cave rappresenta la parte più antica della cittadina, quella parte che, durante l'epoca medioevale, era racchiusa dentro le mura di cinta del castello. 




Le tre chiese
di Santo Stefano

A Cave, le chiese dedicate a Santo Stefano protomartire, sono state tre, costruite in epoche successive.






Il Corso e
Viale della Cona

Il Corso Vittorio Emanuele è una delle prime strade che furono costruite quando Cave cominciò ad espandersi, uscendo dalle mura medioevali dell'antico borgo.




Le opere assistenziali

Fino all'avvento del Regno d'Italia, in mancanza di organizzazioni di assistenza pubblica, erano sorte in Cave, attraverso i secoli, diverse opere pie.






Le ferrovie Vicinali

Nel mese di giugno del 1916 fu inaugurato il primo tronco Roma - Genazzano delle Ferrovie Vicinali, una ferrovia a trazione elettrica, con binario a scartamento ridotto.






In memoria dei Caduti

I cittadini di Cave caduti sui fronti della Prima Guerra Mondiale furono ottantotto; fra i combattenti non mancò chi si distinse sul campo di battaglia tanto da essere decorato al valore: quattro medaglie d'argento, di cui due alla memoria, e tre medaglie di bronzo meritarono altrettanti nostri concittadini.

La villeggiatura

Cave, specialmente in passato, quando aveva più spiccate caratteristiche agresti, era una delle mète preferite dai romani per la villeggiatura estiva. 






Piazza Santa Croce

Piazza della Croce (oggi Piazza Santa Croce) era, nel 1909, un semplice spiazzo sterrato sul quale avveniva il pubblico mercato del bestiame.






L'economia locale

L'abbondanza di boschi nei dintorni, è stata sempre per Cave notevole fonte di attività economiche.







Piazza
Gugliemo Marconi

Dall'odierna Piazza Santa Croce, percorrendo la salitola di Via Giuseppe Clementi, si raggiunge la Piazza Guglielmo Marconi.






La scuola

Il primo passo per la costruzione di un grande e moderno edificio scolastico per l'istruzione pubblica, fu compiuto dal Comune il 29 agosto 1910, quando stipulò l'atto di compromesso per l'acquisto di un terreno in località San Carlo, contrada Canepine, del quale prese possesso il 31 gennaio 1911.

Villa Clementi

Le persone con qualche filo d'argento nei capelli, ricorderanno certamente Villa Clementi, il bel gioiello che fino a una trentina d'anni fa impreziosiva Cave con la sua lussureggiante vegetazione.




L'espansione urbanistica

I dati desumibili dai censimenti decennali della popolazione italiana,ci consentono di seguire il continuo accrescersi della popolazione residente in Cave nel primo cinquantennio di questo secolo, ed anche oltre, fino ai nostri tempi.


La millenaria
San Lorenzo

Tra le chiese di Cave, che rappresentano i beni più importanti del patrimonio storico e artistico della città, brilla come gemma preziosa la piccola chiesa del Patrono San Lorenzo, le cui antichissime origini si suole correlare con i primi agglomerati umani della zona, dai quali ebbe origine, nell'alto Medio Evo, il castello di Cave.

La fonte di
Santo Stefano

Il dottor Luigi Ariola, che fu per quarantaquattro anni medico condotto e ufficiale sanitario di Cave, così ha descritto in un suo opuscolo conservato nella Biblioteca comunale, le virtù salutari dell'acqua della fonte di Santo Stefano.




Il santuario della Madonna del Campo

Il 27 aprile 1655, nella contrada detta Campo, veniva scoperta durante i lavori di abbattimento di un muro, un'antica cripta sulla cui parete di fondo era dipinta un'immagine della Vergine Maria assisa in trono, in atto di sorreggere il Bambino Gesù e con ai lati i santi Pietro e Paolo.


I ponti

Il primo ponte sul Rio, alla periferia di Cave, di cui si conserva la memoria, fu costruito nel 1621; era un modesto ponte ad un'arcata che congiungeva, scavalcando il corso d'acqua, la strada proveniente da Palestrina con Via delle Tende che ora non c'è più, ma che, allora, era l'unica via d'accesso al borgo di Cave.

Cave com'era

fatti e immagini di tempi lontani


Gentili Lettori,
con questo nostro libro desideriamo invitarvi a fare con noi un salto all'indietro di un centinaio d'anni.




Piazza del Plebiscito

La strada provinciale proveniente da Palestrina, all’imbocco dell’abitato di Cave, s’immette, con un’ultima ripida curva costretta com’è a bordeggiare le prime case della cittadina nella Piazza del Plebiscito, una delle più spaziose di Cave.

La piazza è prospiciente le mura del castello di Cave che, nel Medio Evo, racchiudevano le case del borgo.

In seguito alle vicende storiche dei tempi andati, ha cambiato più volte nome: si chiamava un tempo Piazza Colonna, in omaggio alla potente famiglia che dominava su Cave.

Più tardi, per la presenza della settecentesca Collegiata, si chiamò Piazza Santa Maria e poi con riferimento agli avvenimenti risorgimentali, Piazza del Plebiscito, come la chiamiamo tuttora. 

Nel centro della piazza esisteva, fino allo scadere del secolo scorso, un monumento costituito da una colonna, su basamento quadrangolare, sormontata da una sirena, simbolo della signoria dei Colonna.
Nel 1890 la colonna fu sostituita con la modesta fontana che ora ritrova su un lato della piazza.

Data l’ampiezza e la felice dislocazione, su questa piazza si svolse per molti anni il mercato settimanale istituito nel 1876 e, successivamente, il mercato del primo sabato del mese, inaugurato nell’aprile del 1906. 

Nel 1904, allorché fu aperta l’attuale via provinciale e fu costruito sul Rio il ponte dalle altissime arcate, fu anche abbattuto, per far passare la strada, un lungo caseggiato all’inizio di Cave, che costituiva l’ala sinistra dell’antico borgo.

Nel 1915, fu demolito in parte un fabbricato all’uscita dalla piazza verso il centro del paese allo scopo di allargare la strada e consentire l’istallazione del binario delle Ferrovie Vicinali. Su questa bella piazza che, dopo recente trasformazione, ha perduto completamente il suo antico aspetto, prospetta la facciata della Collegiata di Santa Maria Assunta, chiesa principale di Cave, consacrata e aperta al culto il 2 luglio 1761..

La Collegiata del Principe

La chiesa di Santa Maria Assunta, la cui fronte settecentesca si affaccia sulla Piazza del Plebiscito, gode dei titoli di insigne collegiata e di chiesa principale o matrice della città di Cave. Ha ereditato questi titoli dalla prima e più modesta chiesa dedicata sempre a Santa Maria Assunta, che si trovava nella parte bassa del borgo e che, fino ad oltre la metà del 1700, fu aperta al culto ancorché fosse mal ridotta e insufficiente a contenere l'accresciuta popolazione. L'antica chiesa del borgo, costruita in un periodo imprecisato dell'alto Medio Evo, era in origine a tre navate e possedeva un piccolo campanile. Di questa prima chiesa parlano parecchi diversi documenti, alcuni dei quali conservati nell'archivio dell'attuale Collegiata. Fra i più antichi, una Convenzione stipulata il 5 novembre 1295, tra i canonici, preti e religiosi di cave per regolare le partecipazioni e gli aiuti reciproci nelle ricorrenze celebrate nelle varie chiese. Alla chiesa di Santa Maria Assunta furono assegnate, nella seconda metà del 1500, le rendite della chiesa rurale di San Lorenzo che era rimasta alquanto isolata dopo che gli scarsi abitanti del luogo avevano preferito spostarsi nel vicino e più sicuro borgo di Cave. Fino al 1572, Santa Maria Assunta fu eretta ed officiata da un semplice parroco. Ma il 3 marzo 1572, per interessamento del principe Marcantonio Colonna, il cardinale Ottone Bouxelles Vildemburg, vescovo di Palestrina, con decreto e autorità del pontefice Pio V, eresse in Santa Maria Assunta il "Collegium canonicorum" ed accrebbe le rendite della chiesa con i benefici della chiesetta di San Pietro. Con lo stesso decreto veniva concesso al principe Marcantonio Colonna e alla sua famiglia il diritto di patronato per l'arcipretura ei canonicati, diritto che la famiglia Colonna esercitò fino al 1934, anno in cui spontaneamente vi rinunciò. Con l'erezione a Collegiata, la chiesa di Santa Maria Assunta acquisto anche il titolo di chiesa principale del paese, titolo che fino a quel momento era appartenuto alla chiesa di Santo Stefano. Essere chiesa principale del paese significava godere di alcuni privilegi sulle altre chiese, come : predicare l'Avvento e la Quaresima; aprire la visita pastorale del vescovo; promuovere le processioni penitenziali per propiziare il buon esito delle semine e dei raccolti; iniziare lo scioglimento delle campane nel giorno del sabato santo, ed altri ancora. Il visitatore apostolico Giovan Battista Alfieri, nel 1637, ordinò la demolizione della pericolante navata centrale della chiesa (la navata sinistra era già crollata) e, nel contempo, ordinò che fosse costruita al più presto una nuova collegiata. Lo stesso anno fu posata la prima pietra della nuova chiesa e piantata la croce nel punto in cui avrebbe dovuto sorgere, scelto nella parte più alta del paese, ma i lavori, appena iniziati, furono presto abbandonati. Il progetto fu accantonato e non più ripreso per mancanza di fondi e per l'avversità dei padri agostiniani di Santo Stefano che non vedevano di buon occhio il sorgere di una nuova chiesa nel territorio della loro parrocchia.

Così, la chiesa del borgo continuò, anche se ridotta in precarie condizioni, ad accogliere i fedeli fra le sue mura fatiscenti per oltre cento anni. Un inventario del 1753 riporta la descrizione dettagliata di tutti gli arredi ed oggetti contenuti nella chiesa. L'inventario precisa che erano ancora in piedi il piccolo campanile e parte della facciata corrispondente alla navata centrale, forse andati definitivamente perduti quando fu costruita la strada carrozzabile a cui fu dato il di Via nazionale e, più tardi, quello di Via Roma. Fino ad una cinquantina di anni fa erano ancora visibili alcuni avanzi della navata destra incorporati nelle abitazioni all'inizio di Via SS. Annunziata. I lavori della nuova Collegiata furono ripresi intorno al 1750 per interessamento del cardinale Giusepe Spinelli.

La nuova chiesa fu progettata dall'architetto Costantino Fraschetti e fu eretta nello stesso luogo in cui erano stati alzati i primi pilastri e i primi muri del progetto poi abbandonato. Per fare spazio alla nuova costruzione furono demolite le case di proprietà del Monastero di Santa Maria degli Angeli di Palestrina (le Farnesiane), del convento di San Carlo, di Nicola Cappelli, nonché altre case e botteghe appartenenti allo stesso capitolo di Santa Maria. I lavori di stabilitura e l'impianto di cornici, marmi, infissi ecc., furono invece progettati dall'architetto Carlo Morena ed eseguiti dai fratelli Domenico e Gaetano Giorgioli di Cave. Concluso l'accordo fra i canonici di Santa Maria Assunta e i padri agostiniani di Santo Stefano per stabilire il territorio della nuova parrocchia, finalmente la nuova chiesa, ormai decorata e arredata, fu solennemente consacrata dal cardinale Giuseppe Spinelli il 2 luglio 1761, giorno dedicato alla festa della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta. Da quel giorno fu aggiunto al titolo primitivo di Santa Maria Assunta, anche quello della Visitazione. Ma il popolo ha continuato e continua ancor oggi a chiamarla semplicemente "Santa Maria". Naturalmente alla nuova chiesa furono straferiti i titoli e i privilegi di collegiata e chiesa principale del paese già posseduti dall'antica chiesa del borgo, titoli e privilegi che ancora conserva. L'elegante e solenne interno della chiesa è a navata unica con soffitto a volta sorretto da pilastri con capitelli in stile ionico. L'abside è rettangolare con soffitto a crociera. Pregevole è l'altare sotto il quale, entro una nicchia, è conservata la sacra reliquia del martire San Lorenzo, qui trasferito nel 1790 dalla vetusta chiesa intestata allo stesso Santo. Ai lati della navata si aprono quattro grandi cappelle con altari dedicati alla Madonna del S. Rosario, al S. Cuore di Gesù, a San Lorenzo e a Gesù nell'orto di Getsemani. L'ambiente, ampio e luminose, prende luce da sei finestroni aperti sopra il cornicione e dalle lunette delle cappelle. Il quadro sull'altare maggiore, che rappresenta l'Asunsione di Maria Vergine in cielo, del 1650, è lo stesso che si trovava sull'altare maggiore dell'antica chiesa. Intorno ad esso è stato dipinto un panneggio per rendere la figura proporzionata all'ampiezza dell'abside. Il pregevole portone di bronzo è opera dello scultore Lorenzo Ferri.

Per molti anni nella chiesa di Santa Maria Assunta risuonarono le note dell'organo della cattedrale di Sant'Agapito di Palestrina. Infatti, lo strumento fu acquistato dalla nostra Collegiata il 22 febbraio 1861 per la somma di cento scudi. Fu sostituito nel 1904 con un nuovo organo tuttora funzionante, per la cui costruzione Pietro Morettini di Perugia utilizzo alcune parti del vecchio strumento. Si ricollega con la storia di Santa Maria Assunta un singolare episodio accaduto nel 1811, durante l'occupazione del suolo italiano da parte dell'esercito francese comandato dal generale Napoleone Bonaparte. In quell'anno, i cinque canonici di Santa Maria si rifiutarono di firmare il giuramento di fedeltà che il governo francese aveva imposto al clero delle zone occupate. Furono tutti arrestati e tradotti chi in Francia, chi in un'isoletta della Corsica. Quando tornarono dall'esilio nel 1815, era notte, ma tutta la popolazione era ad attenderli con torce e fiaccole alle porte del paese, per tributare loro il benvenuto con grandi manifestazioni di giubilo.

L'antico borgo

Il borgo di Cave rappresenta la parte più antica della cittadina, quella parte che, durante l'epoca medioevale, era racchiusa dentro le mura di cinta del castello. 

Esso conserva quindi, più di ogni altro luogo della città, le memorie delle nostre antiche genti, che ci è possibile riscoprire addentrandoci nelle viuzze che, ancor oggi , seguendo i naturali dislivelli del monte, ora si arrampicano in ardue salite, ora si distendono in dolci saliscendi, ora si allungano in discesa verso la valle, interrotte di quando in quando da graziose, riposanti piazzette. 

Nel borgo, ogni casa, ogni pietra, ogni strada, narra, a chi sa leggere il libro del passato, la sua particolare storia.

Si accede al borgo attraverso L'arco Mastricola che era la porta del castello, una volta munita di ponte levatoio.

Che fosse la porta, lo dimostrano i robusti cardini che sorreggevano il pesante portone ferrato, ancor oggi infissi negli antichi muri.

Oltrepassando l'arco Mastricola, ecco Via della Pace che deve il nome al trattato di pace che nel 1557 fu stipulato, fra il Duca d'Alba ed il cardinale Giovanni Carafa, in una stanza del palazzo Leoncelli, la cui fronte prospetta su questa via. 

Il trattato poneva fine ad un lungo e sanguinoso conflitto tra Filippo re di Spagna e di Napoli e il papa Paolo IV. 

Sull'adiacente Piazza Garibaldi si affacciano le fronti di tre importanti edifici: il grandioso palazzo Mattei, la settecentesca chiesa di Santo Stefano e l'ex convento degli agostiniani costruito con la chiesa nel XVIII secolo da un allievo del famoso architetto Vanvitelli.

La Via Piè di Palazzo, che dalla Piazza Garibaldi si addentra nel cuore del borgo, è una delle vie che meglio hanno conservato il loro aspetto medioevale. 

Il suo nome deriva dalle possenti mura del palazzo baronale che essa costeggia.

Girando per le vie del borgo sarà facile rintracciare la suggestiva Via della Concordia il cui nome ricorda, secondo alcuni il trattato di pace di cui abbiamo parlato, ma che, con tutta probabilità, si riferisce invece alla solenne "concordia" che, nel 1723, stipularono, con regolari contratti notarili, i francescani di San Carlo con gli agostiniani di Santo Stefano, accordandosi sulla reciproca partecipazione alle processioni e alla cerimonie delle ricorrenze religiose dei due Ordini.

A metà di Via della Concordia, si apre a destra Via di Rapello che, lunga e contorta, si svolge attraverso il fitto agglomerato di case della contrada, lungo la costa del monte, verso la valle.

Lungo la Via del Rapello, s'incontra l'antichissima basilica cristiana dedicata a San Pietro, solennemente consacrata da papa Simmaco nel VI secolo.

Di essa fa menzione il "Liber Pontificalis" che indica posta a ventisette miglia da Roma, sulla Via Trivana, in un fondo chiamato Paciniano (1). 

Un anonimo benefattore restaurò la chiesetta nell'anno 1508, come è scritto sulla lapide posta sull'architrave della porta.

Un'altra chiesuola possiede Rapello, un più a valle: si tratta della chiesa di Sant'Anatolia, ma che in un antico manoscritto conservato nell'archivio del convento di San Carlo, è chiamata Santa Maria di Rapello. 

Dice il manoscritto: "Santa Maria di Rapello, questa chiesetta è antichissima... Vi è una miracolosa immagine della Beata Vergine. 

Il 10 luglio, giorno di Sant'Anatolia vi è festività. 

Anticamente vi era la processione con concorso di popoli vicini...Era annessa la chiesa alla Compagnia del SS. Crocefisso".

Esistevano, infine, altre due chiesette denominate "Sant'Angelo Superiore" e "Sant'Angelo Inferiore", del tutto scomparse, delle quali non si conosce dove fosse l'ubicazione.

Oggi la piccola chiesa detta di Sant'Anatolia è in precarie condizioni (2), come pure abbandonate e disfatte sono la maggior parte delle case di Rapello e di altre parti del borgo (3). L'ingresso dalla Via Prenestina Vecchia avveniva per una porta a forma di arco eretta intorno alla metà del 1800.

La strada, inoltratasi nell'abitato, prendeva nome di Via Nazionale, poi cambiato in quello di Via Roma.

 

 

  

(1) Qualcuno ha formulato l'ipotesi che la basilica cristiana di San Pietro del secolo VI, potrebbe essere sorta nella contrada Campo e, poi, dopo la sua distruzione per mano dei barbari, riedificata nel borgo di Cave intorno all'anno Mille. chi sostiene questa ipotesi, pensa che la cripta rinvenuta nel 1655 con l'immagine della Vergine Maria denominata Madonna del Campo, possa essere appartenuta a questa antichissima basilica.

 

(2) Recentemente è stato riparato il tetto, per evitare le infiltrazioni dell'acqua piovana che, nel passato, hanno notevolmente danneggiato gli antichi affreschi nelle pareti interne della chiesetta.

 

(3) Per tentare di riqualificare il borgo cittadino, il Comune sta attuando da qualche anno la ristrutturazione dell'ex convento degli Agostiniani, per trasferivi, a lavori ultimati, la propria sede.

Le tre chiese di Santo Stefano

A Cave, le chiese dedicate a Santo Stefano protomartire, sono state tre, costruite in epoche successive.

Della prima, che si trovava nella località oggi chiamata "Campo" e che è ricordata con il nome di Santo Stefano vecchio, non è rimasta traccia; della seconda, Santo Stefano nuovo, che sorgeva entro le mura del castello, si vedono ancora i resti sotto la struttura della terza e più recente costruita nel XVIII secolo ed ancor oggi aperta al pubblico culto.

Ma procediamo con ordine.

Esisteva nell'alto Medio Evo, nella zona di Cave chiamata "Campo", una chiesa con annesso convento dedicata al martire S. Stefano. Chiesa e convento appartenevano alle monache del monastero di San Ciriaco in Via Lata a Roma, alle quali li aveva donati nell'VIII secolo il pontefice Stefano III, esercitando uno dei primi atti del potere temporale dei papi.

Officiarono la chiesa, fino al secolo XI i padri benedettini, i quali furono poi costretti ad allontanarsi da Cave probabilmente a causa dell'insediamento nella diocesi prenestina del cardinale scismatico Ugone Candido, nominato vescovo di Palestrina dall'antipapa Clemente III.

Dopo la partenza dei benedettini, la chiesa di S. Stefano fu officiata dal clero secolare e divenne nel tempo la principale chiesa del paese. In un documento del 5 novembre 1295, conservato nell'archivio della Collegiata di Santa Maria Assunta, si conveniva che il primo giorno di Quaresima il clero di San Lorenzo e quello di Santa Maria, nonché i rettori, preti e chierici di San Pietro, Sant'Angelo Maggiore e Sant'Angelo Minore, dovessero recarsi processionalmente in Santo Stefano per ricevere le sacre ceneri dalle mani dell'arciprete di quella chiesa.

L'officiatura del clero secolare continuò anche dopo che, nel 1385, presero possesso della chiesa e del convento i padri eremitani di Sant'Agostino, provenienti dalla vicina Genazzano, che li avevano ottenuti, per acquisto o per donazione, dalle monache di Via Lata.

Gli agostiniani rimasero nella chiesa e nel convento di Santo Stefano per qualche decennio, fino a quando si trasferirono nella nuova chiesa e nel nuovo convento che si erano costruiti dentro le mura del castello di Cave, per volontà del pontefice Martino V.

Martino V era un Colonna. Fu eletto papa nel conclave di Costanza l'11 novembre del 1417, nel giorno della festa di san Martino di cui volle prender il nome. 

Martino V amò molto la sua famiglia e le popolazioni di cui era stato signore. Fu lui che, ritenendo la chiesa di Santo Stefano troppo lontana dal centro abitato e mal protetta, volle che fosse costruita all'interno delle mura del castello una nuova chiesa da intitolare al Santo protomartire.

Con bolla del 3 dicembre 1428, diretta al padre agostiniano Clemente Bartolomeo, vescovo di Veroli, dette facoltà di vendere alcune proprietà per poter, con il ricavato, costruire la nuova chiesa.

Così, raccolti i fondi necessari, fu dato mano alla nuova opera trasformando un'antica cappella dedicata a San Giovanni Battista, donata agli agostiniani da Mascia Annibaldi che, avendo sposato Giordano, fratello del Papa, di Martino V era cognata. La nobildonna non si limitò a donare la cappella, ma offrì anche un appezzamento di terreno adiacente, in modo da permettere l'ampliamento dell'edificio; e, più tardi, donò anche il suo palazzo che confinava con la chiesa e che fu trasformato in convento. Come contropartita chiese soltanto di essere sepolta nella nuova chiesa e certamente lo fu, poiché, quando Mascia morì, il nuovo Santo Stefano era già costruito.

Alla nuova chiesa furono trasferiti come aveva voluto Martino V tutti i diritti del vecchio Santo Stefano, meno il diritto all'officiatura che continuò ad essere esercitato da un arciprete. Ma nel 1461, il papa Pio II, di passaggio per Cave, concesse agli agostiniani il diritto di esercitare l'ufficio parrocchiale, dirimendo così alcuni contrasti sorti fra i padri e l'arciprete.

Santo Stefano conservò il titolo di chiesa principale del paese fino al 1572, anno in cui il titolo fu trasferito alla chiesa di Santa Maria Assunta in seguito alla sua erezione a collegiata. Peraltro, anche dopo la cessione dei diritti di chiesa principale, Santo Stefano continuò, per più di un secolo, a somministrare il sacramento del battesimo e ad eseguire la registrazione dei battezzati.

Nella seconda metà del XVIII secolo e precisamente nel venticinquenne 1768/1793 fu costruita, sopra l'edificio voluto da Martino V, una grande chiesa con la facciata rivolta verso il borgo, contrariamente alla chiesa precedente che aveva l'ingresso dalla parte del fossato (1). Progettista del bel tempio e dell'annesso convento fu l'architetto Fagiolo, allievo del celebre Luigi Vanvitelli ideatore della Reggia di Caserta. La direzione dei lavori fu affidata al fratello laico, Agostino Visconti. La nuova chiesa settecentesca è una navata unica con sei cappelle laterali una delle quali è stata trasformata in fonte battesimale. La vasca del fonte è di antica data e reca scolpiti lo stemma dei Colonna e quello di Cave. L'altare maggiore è di marmi policromi e l'abside è ornato con un affresco che ritrae l'episodio del martirio di Santo Stefano.

Nel 1873, per effetto della legge 7 luglio 1866, con la quale furono soppressi tutti gli ordini religiosi, il convento di Santo Stefano passò in proprietà allo Stato italiano (la chiesa non fu confiscata perché parrocchiale), il quale, più tardi, nel 1877, lo cedette al Comune di Cave affinché fosse destinato a fini di pubblica utilità. Infatti il Comune vi stabilì i suoi uffici che vi rimasero fino a quando gli stessi furono trasferiti nei locali ricavati dalla ristrutturazione dell'antico convento di San Carlo, anch'esso divenuto di proprietà comunale.

Da parte loro, i padri agostiniani, che non avevano lasciato il convento, ma si erano ristretti a vivere in alcuni locali appositamente attrezzati per loro dal Comune, continuarono ad officiare la chiesa e ad esercitare l'attività parrocchiale fino al 13 giugno 1953. Quel giorno, dopo sei secoli di permanenza in Cave, si allontanarono richiamati dall'Ordine, lasciando ai padri francescani di San Carlo il compito di continuare l'officiatura e l'esercizio pastorale e ai parrocchiani l'amarezza dell'addio e il ricordo del tempo trascorso insieme.

 

 

 

  

(1) Siamo scesi, per un lungo e malridotta scalinata, sotto l'attuale chiesa di Santo Stefano, per visitare i resti della quattrocentesca chiesa voluta da Martino V. Non senza emozione abbiamo potuto vedere, ancora abbastanza conservato, il vetusto edificio: ha forma pressoché quadrata e alte volte a crociera, così da richiamare subito in mente la primitiva cappella donata ai religiosi da Mascia Annibaldi. Si nota il punto dov'era l'altare e affreschi dell'epoca ricoprono ancora parte delle pareti.

Le modeste dimensioni e forse anche le precarie condizioni dell'edificio, furono certamente le ragioni che indussero i padri agostiniani, nel 1768, ad iniziare la costruzione di un nuovo e più grande tempio, più rispondente alle necessità della popolazione, notevolmente accresciuta dopo trascorsi più di tre secoli.

Il Corso e Viale della Cona

Il Corso Vittorio Emanuele è una delle prime strade che furono costruite quando Cave cominciò ad espandersi, uscendo dalle mura medioevali dell'antico borgo.

La strada si allaccia alla breve Via Filippo Venzi, e si spinge in salita, tra due file di basse costruzioni, fino alla Piazza Guglielmo Marconi.

Il Corso Vittorio Emanuele è stato uno dei luoghi più colpiti dai bombardamenti aerei dell'ultimo conflitto, ed ancora si vedono, ai suoi lati, grandi spazi vuoti una volta occupati dalle case, che stanno ancora lì, invasi dalle erbacce, a testimoniare gli avvenimenti di quei tempi infausti.

Proprio nel punto in cui Via Filippo Venzi diventa Corso Vittorio Emanuele si apre sulla destra Via Cavour che, fino a metà del 1800, era una strada mulattiera percorribile soltanto a piedi o dorso di mulo o di cavallo, per cui i carri che dovevano recarsi a Genazzano ed oltre, erano costretti a percorrere la ripida salita a cui fu dato, dopo il plebiscito, il nome di Corso Vittorio Emanuele. 

Poi, nel 1859, la mulattiera fu trasformata in strada carrozzabile divenuta, col trascorrere del tempo, la principale strada di Cave. 

Percorrendo a piedi la Via Cavour, incontriamo dopo pochi passi, a sinistra, un palazzotto da poco restaurato..
Sopra il portone d'ingresso, una targa marmorea ci avverte che quello era una volta l'Ospedale Mattei, un'istituzione voluta dalla signora Teresa Mattei con il fine di creare in Cave una struttura sanitaria nella quale gl'infermi poveri potessero trovare ricovero e cure.

Procedendo più avanti, poco oltre l'inizio del Viale della Cona(poi divenuto Viale Pio XII), ecco a sinistra, rialzata sul piano stradale, l'antica chiesetta di Santa Maria in Plateis, detta anche Santa Maria della Cona.

Nei pressi di questa chiesetta, esisteva, forse nel Medio Evo la "Plateam militum"; cioè la piazza d'armi per l'addestramento dei soldati, da cui probabilmente è derivato il nome di Santa Maria in Plateis.

Il terreno antistante la chiesetta era stato, fino agli anni Trenta, uno sterrato polveroso d'estate e fangoso d'inverno, che terminava con una scarpata, dal lato della strada provinciale.

Nel 1933 si provvide a sistemare il terreno e ad eliminare la scarpata, costruendo un muro di sostegno sormontato da una ringhiera in ferro, trasformando così quel luogo disagevole, in una bella piazzetta con un grazioso "belvedere" sul Viale della Cona.

Ospedale Mattei

La più importante delle opere assistenziali esistenti in Cave all'inizio del secolo, era l'Ospedale Mattei la cui sede è sulla Via Cavour. l'Ospedale fu istituito da Teresa Mattei con il suo ultimo testamento del 4 giugno 1867, allo scopo, come già accennato, di creare un luogo ove i malati poveri di Cave potessero essere curati.

Sul testamento è detto che, per la pia istituzione, la signora Mattei lasciava la sua casa "da cielo a terra" in contrada Le Piazze 12 (poi divenuta Via Cavour), disponendo che, dopo la sua morte, fosse ristrutturata per farne l'ospedale da lei voluto; come pure lasciava, a titolo di legato, diversi terreni con i cui frutti si doveva mantenere l'istituzione, disponendo che gli stessi non fossero mai venduti, permutati o legati da vincoli di sorta, ma tenuti nel presente stato e sempre migliorati. Nominava amministratore e direttore dell'istituto don Giacomo Bracco, sacerdote di sua fiducia; ma nominava anche una commissione per controllare l'operato dell'amministratore e direttore, composta dall'erede Francesco Mattei e dai parroci pro-tempore di Santa Maria Assunta e Santo Stefano, non come sacerdoti, ma come uomini probi che, per vocazione, potevano considerarsi caritatevoli verso gli ammalati. Disponeva altresì che non fossero ricoverati nell'ospedale malato cronici e lasciava libera la commissione di dare aiuti e sovvenzioni agli orfani di padre e madre, raccomandando di seguirli fino a che non potessero procurarsi il pane da soli; proibiva, al contrario, di dare sovvenzioni a chicchessia e per qualsiasi altra ragione.

L'ospedale fu realizzato nel 1870 e per molti anni funzionò come prescritto dal testamento. Ma poi, per effetto della legge 17 luglio 1890 n° 6972, riguardante le istituzioni pubbliche di beneficenza, l'Ospedale Mattei, al pari di tutte le altre opere pie di Cave, fu concentrato nella Congregazione di Carità che più tardi, nel 1937, diventerà l'Ente Comunale di Assistenza.

L'istituzione doveva essere assolutamente laica e indipendente, e se qualsiasi autorità, ecclesiastica, governativa o civile, si fosse intromessa in qualche modo nella gestione dell'istituto, tutti i beni legati all'opera dovevano ritornare al legittimo erede Francesco Mattei.  

Il 24 maggio 1908 la Congregazione di Carità assunse in proprietà tutti i beni dell'ospedale. I terreni furono, in seguito, venduti per acquistare titoli di rendita consolidata, con cui i frutti si continuò a mantenere in vita l'istituzione.

L'Ospedale Mattei era un piccolo ospedale: aveva soltanto sei posti letto, ma provvedeva a distribuire gratuitamente la medicine ai poveri del paese, ed era anche dotato di un ambulatorio ed una sala chirurgica di pronto soccorso. Queste ultime attrezzature furono costruite nel 1909 con il ricavato di una grande lotteria che ottenne il patronato di Giovanni Giolitti, Presidente del Consiglio dei Ministri di quell'epoca. Il Comitato d'onere era composto di persone illustri, ciascuna delle quali offerse un dono. Anche il Re, la Regina e il Presidente del Consiglio inviarono i loro doni e la lotteria fu solennemente estratta in Piazza del Plebiscito il giorno 2 febbraio 1909(1)





.(1) Nel 1912 si pensò di costruire dalle fondamenta un nuovo ospedale che sostituisse il piccolo, vecchio e insufficiente Ospedale Mattei. Fu acquistato dal Comune un terreno vicino a quello destinato all'edificio scolastico e si iniziarono i primi lavori. Ma per le lungaggini di ogni genere che ritardarono la costruzione e per l'avvento della Prima Guerra Mondiale, si riuscì soltanto a gettare le fondamenta dell'edificio. La Cooperativa appaltatrice dei lavori fallì per l'enorme lievitazione dei prezzi.

Del progetto si riparlò nel 1936, allorché la signora Elvira Venzi Fagiani offrì la somma di £. 60.000 per riprendere la costruzione del nosocomio al fine di onorare la memoria del figlio Mario scomparso prematuramente. Secondo l'atto di donazione, il nuovo ospedale si sarebbe dovuto chiamare "Ospedale Mattei - Mario Fagiani". Il relativo progetto fu affidato al geometra Filippo Pistolesi il quale lo eseguì, ma poi, a causa dello scoppio della guerra italo - etiopica e, forse, anche per altre ragioni, i lavori non furono nemmeno iniziati.


La Confraternita del SS. Sacramento

Un'altra opera pia che si dedicava all'assistenza dei malati era la Confraternita del SS. Sacramento. Dalla relazione di una visita pastorale eseguita in Cave dal cardinale Giuseppe Spinelli nel 1754, si rileva che detta Confraternita esisteva già prima del 1575.

Si occupava principalmente di opere di culto come: amministrare il Viatico agli infermi; celebrare tante messe per quanti erano stati i defunti dell'anno; tenere disponibili due bare per il trasporto dei defunti; fornire l'olio per l'altare del Sacramento nella chiesa parrocchiale; predicare la Quaresima, ed altre ancora.

Si occupava anche di assistenza ai malati e, già in quel tempo, gestiva un piccolo ospedale in uno stabile concesso dal convento di Santo Stefano, ospedale di cui non si hanno altre notizie se non quella del suo trasferimento in contrada "Le coste", dopo che lo stabile fu demolito per far posto all'erigenda nuova collegiata di Santa Maria Assunta.

Ma un secolo dopo, nel 1654, la Confraternita del SS. Sacramento assunse l'onere di gestire il piccolo ospedale fondato dai frati di San Giovanni di Dio, detti comunemente Fatebenefratelli, che erano stati richiamati dall'Ordine, destinando all'opera la somma di 403 lire all'anno, con la quale si doveva provvedere al vitto, ai medicinali, alla biancheria e a quant'altro potesse occorrere ai ricoverati. Con tale scarsità di mezzi, l'ospedale funzionò, bene o male, fino all'inizio di questo secolo, cioè fino a quando, con Decreto Reale del 15 dicembre 1097, alla Confraternita fu imposto il concentramento nella Congregazione di Carità.

Ma la Confraternita non si arrese e fece ricorso al Consiglio di Stato per chiedere l'annullamento del decreto, poiché come associazione più propriamente religiosa che assistenziale, non era soggetta al concentramento previsto dalla legge 17 luglio 1890.

E il Consiglio di Stato le diede ragione e nel novembre 1908 annullò il decreto.

Ma intanto, nel gennaio di quell'anno, la Confraternita aveva già deciso di fondere il suo ospedale con l'Ospedale Mattei, il quale, passato nel maggio successivo alla Congregazione di Carità, divenne praticamente l'ospedale civico del paese.,

Il Monte Frumentario

Il cittadino di Cave Sante Cappella, con testamento in data 19 dicembre 1563, stabilì che, dopo la sua morte, fosse eretto con parecchi suoi beni un "Monte" i cui frutti dovevano essere distribuiti tra i poveri del paese.

Ma il Monte presto cambiò natura e, già intorno al 1575, era diventato un monte frumentario, e sempre operò con questa caratteristica.

I Monti Frumentari, nati sul finire del XV secolo ad opera di religiosi, come applicazione pratica dei Monti di Pietà, erano istituti di beneficenza a favore delle classi rurali e praticavano il prestito del grano, generalmente su pegno, per la semina e per il consumo.

Essi ebbero un ruolo importante nell'economia agraria italiana nei secoli XVI - XVIII.

Ma quando fu istituito il locale Consorzio Agrario che poteva fornire sementi selezionate e di buona qualità e, per di più, concedere sovvenzioni in denaro agli agricoltori, la funzione del Monte Frumentario si esaurì.

Perciò il Monte, assorbito dalla Congregazione di Carità con Decreto Reale del 15 dicembre 1907, fu posto in liquidazione e il ricavato andò ad incrementare il patrimonio dell'Ospedale Mattei.

Il Monte delle Orfane

La signora Bernardina Cristofari, nel suo ultimo testamento del 10 luglio 1585, dispose che, alla sua morte, con i propri beni, si erigesse un "Monte", che fu definito Monte delle Orfane, la cui rendita annuale dovesse servire a dotare tante zitelle orfane, quante ne permettesse l'entità della somma disponibile, dopo aver detratte le spese. Ordinò, altresì, che vi fossero state zitelle a lei consanguinee, anche se non orfane, gli amministratori avrebbero dovuto assegnare una dote anche a loro.

Il Monte era affidato al Vescovo pro-tempore di Palestrina, il quale doveva nominare gli amministratori dei beni scegliendo a suo giudizio due uomini probi e capaci.
.Le disposizioni testamentarie della signora Bernardina Cristofari furono sempre eseguite, ad eccezione di un decennio, nel quale, per disposizione del pontefice Benedetto XIV (Prospero Lambertini), i fondi furono destinati alla costruzione della nuova collegiata.

Non abbiamo trovato notizia del concentramento del Monte delle Orfane nella Congregazione di Carità.

Probabilmente il passaggio avvenne anche se poi, il Monte conservò le sue caratteristiche e le sue finalità.

Il Legato Mastricola

Visse in Cave all'inizio del 1800, il possidente e commerciante Carlo Mastricola, originario di Vicovaro, il quale volle ricordarsi della terra che lo aveva ospitato per tanti anni, disponendo per testamento che, ogni anno, ad una fanciulla povera di Cave, fosse assegnata una dote di quaranta scudi. Le condizioni per ottenere la dote erano le seguenti: essere nata e residente a Cave; essere di povere condizioni; avere non meno di quindici anni; essere istruita nella dottrina cristiana; avere pronto un partito per maritarsi.

Mentre l'onere del legato faceva carico sugli eredi del Mastricola, la scelta della fanciulla era affidata ad una commissione composta dal Priore comunitario, da due parroci e due maestre pie del posto.

L'assegnazione della dote avveniva ogni anno la domenica precedente il 2 dicembre e il matrimonio doveva essere celebrato non più tardi del maggio successivo. In mancanza delle nozze, la fanciulla perdeva il diritto alla dote che veniva assegnata ad altra candidata.
Doveva essere molto difficoltoso per le prescelte sposarsi entro un periodo di tempo così breve, se, più tarsi, fu deciso di spostare a maggio l'assegnazione della dote, in modo da concedere alla ragazza un anno di tempo per celebrare le nozze.

Per la storia, la prima dote fu assegnata nell'anno 1839.

Il 24 luglio 1853, il Municipio di Cave assunse su di sé l'onere del Legato Mastricola, ricevendo per tal fine dai fratelli Luigi e Nicola Cecconi la somma di scudi romani 666 e baiocchi 67.

Dal 1853 in poi, il Comune provvide a corrispondere la dote del Legato Mastricola, anche se per parecchi anni la somma non fu assegnata per mancanza delle condizioni imposte dal Testatore.

Con l'assorbimento nella Congregazione di Carità avvenuto nel 1907, la dote del Legato Mastricola cessò di essere assegnata poiché a ciò già provvedeva l'altra opera di Bernardina Cristofari "Monte delle Orfane", e il capitale di dotazione fu impiegato a beneficio dell'ospedale.

La Congregazione di Carità

La Congregazione di Carità era, come abbiamo più volte detto,l'istituzione nella quale furono concentrate nel 1907 tutte le opere di carattere assistenziale di Cave, per effetto della legge 17 luglio 1890 n° 6972.

Trent'anni dopo, nel 1937, la Congregazione di Carità fu soppressa per dare vita all'Ente Comunale di Assistenza.

Le Ferrovie Vicinali

Nel mese di giugno del 1916 fu inaugurato il primo tronco Roma - Genazzano delle Ferrovie Vicinali, una ferrovia a trazione elettrica, con binario a scartamento ridotto. Più treni al giorno assicuravano il servizio e ogni treno era formato, normalmente, da due o tre vetture, per cui la gente lo chiamava con simpatia il "trenino", quasi fosse un giocattolo per grandi.

Destinata al trasporto di persone e merci all'interno del basso Lazio, univa con Roma e fra di loro alcune decine di centri urbani del vasto territorio, i quali, prima dell'avvento della ferrovia, potevano collegarsi soltanto con carrozze o carri trainati da cavalli o con le rare primitive vetture a motore.

E fino a che l'automobile non è diventata la prepotente signora della strada, questa piccola ferrovia è stato l'unico importante mezzo di trasporto per le genti della provincia romana e del frusinate. 

Le piccole stazioni lungo la linea erano normalmente poste al margine dei centri urbani; ma talvolta erano situate al centro dell'abitato, per cui il "trenino" avanzava fra le case, fischiando e sferragliando affinché gli fosse ceduto subito il passaggio.
Cave era appunto uno dei paesi che aveva la stazione proprio al centro abitato. A volere ciò fu l'ing. Antonino Clementi, il progettista del percorso, il quale si batté per far passare il binario all'interno del paese, perché, in quel tempo così diverso dal nostro, si pensava che la stazione nel centro urbano avrebbe arrecato vantaggi e valorizzato il paese. La ferrovia non fu esente da incidenti. Narra il Marianecci nelle sue "Memorie Cavesi" che l'11 novembre 1920, alle otto dl mattino, un treno proveniente da Genazzano, deragliò per l'alta velocità nei pressi di Via Pratarone, causando diverse vittime di cui ricorda i nomi : don Nazzareno Minzocchi di Palestrina, Luigi Romani di Paliano, Gustavo Perini di Roma, e Alberto d'Aquino deceduto durante il trasporto all'ospedale di Roma. 

é da tempo che un servizio di autocorriere ha sostituito la linea ferroviaria. Ma fino a qualche anno fa, tutti potevano ancora vedere il serpentone del treno proveniente da Piazza del Plebiscito, percorrere, fischiando, il lato destro della Via Cavour e del Viale Pio XII, e immettersi a sinistra, tagliando diagonalmente la strada, nella stazione al centro dell'abitato.

Dalla diligenza alla ferrovia

Sul finire del secolo scorso, per gli abitanti di Cave non era impresa da poco affrontare un viaggio per raggiungere Roma e tornare poi al proprio paese.

Esisteva in quel tempo soltanto un servizio di corriera a cavalli, per iniziativa di un privato cittadino romano che tutti i giorni durante la buona stagione e il lunedì, giovedì e sabato nei mesi invernali, stazionava con la sua carrozza in Via Giulio Romano, vicino al Campidoglio, in attesa di clienti che dovevano recarsi a Palestrina; e da Palestrina tornava poi a Roma con altri viaggiatori che intendevano raggiungere quel grande centro urbano. Il viaggio durava circa sei ore ed oltre ad essere piuttosto faticoso doveva costare molto. Lo desumiamo dal fatto che, verso la metà del secolo scorso, per il più breve tragitto da Roma a Tivoli, la tariffa richiesta era di uno scudo: un prezzo molto elevato per quei tempi in cui un insegnante di scuola percepiva quindici scudi al mese.

Nel 1908, fu istituito a Cave un servizio di corriera a cavalli che collegava il paese con la stazione ferroviaria di Zagarolo, in coincidenza con i treni delle Ferrovie dello Stato in partenza e arrivo. Le corriere erano addette al trasporto delle persone e della posta, e ogni passeggero doveva pagare la tariffa di settantacinque centesimi. Per le corse non collegate con il transito dei treni, la tariffa era di una lira e il procaccia doveva essere avvertito almeno un'ora prima della partenza.

La corriera Cave - Zagarolo continuò a funzionare per diversi anni; poteva accadere che qualche volta mancasse all'appuntamento con i treni in arrivo, suscitando il risentimento delle persone in attesa che dovevano arrangiarsi a viaggiare sulla corriera per Genazzano o, se non vi era,a raggiungere Cave a piedi.

Quando, nel 1916, entrò in funzione il treno delle Ferrovie Vicinali, il collegamento fra Cave e Zagarolo fu compiuto dalla ferrovia e perciò il servizio della corriera a cavalli fu soppresso.
Prima ancora che fosse istituito il servizio di corriera con la stazione ferroviaria di Zagarolo, era allo studio un progetto per la costruzione di una linea tranviaria di collegamento fra Cave e i comuni limitrofi. A tale scopo, il Comune di Cave, il 13 dicembre 1906 e il 9 marzo 1907, dette il consenso affinché le vetture potessero passare all'interno dell'abitato. Ma tale progetto non andò in porto.

Se ne realizzò invece un'altro, studiato dall'ing. Antonino Clementi di Cave, per la costruzione di una ferrovia che doveva collegare Roma con molti comuni del basso Lazio. Infatti, il 7 luglio 1910, il re Vittorio Emanuele III decretò che la Provincia di Roma fosse autorizzata a concorrere alle spese della costruente ferrovia Roma - Anticoli di Campagna - Frosinone, con contributo annuo di duecento lire per chilometro, da versare per il tempo di cinquant'anni; anche i comuni serviti dalla ferrovia dovevano concorrere alla spesa, ciascuno per una determinata cifra e sempre per la durata di cinquant'anni.Per il Comune di Cave fu stabilito un contributo annuo di duemila lire. E il 20 novembre 1910, con Regio Decreto n° 946, fu istituita la S.A. delle Ferrovie Vicinali.

È bene precisare che, sul nome di Anticoli di Campagna prevalse in seguito il nome di Fiuggi, località limitrofa ricca di acque salutari. Così, più tardi, la linea ferroviaria in costruzione fu più propriamente definita: Roma - Fiuggi - Frosinone. Il percorso della costruendo ferrovia si presentava con tratti abbastanza tortuosi e con pendenze fino al 6%, perciò fu scelto di adottare un binario a scartamento ridotto di 950 millimetri e fu stabilito che i convogli non potessero superare la velocità di quaranta chilometri l'ora. Le autorità di Cave - che anni addietro avevano autorizzato il passaggio nell'abitato di convogli tranviari - si preoccuparono ora che ad attraversare il paese sarebbero stati convogli ferroviari, ritenuti più pericolosi per l'ingombro stradale e per l'incolumità delle persone.
Perciò, nel 1913, fu fatto eseguire dall'ing. Giamboni un progetto che prevedesse il passaggio dei treni in una galleria sotto l'abitato, con la stazione posta a circa un chilometro dal centro urbano, in una zona di prevedibile sviluppo edilizio.

Ma poi della galleria non si parlò più e si tornò a preferire l'attraversamento del paese in superficie, apportando alcune modifiche al progetto originario. Furono eseguiti importanti lavori stradali: fu abbattuto in parte un fabbricato appartenente alla famiglia Castellani che occludeva la strada all'uscita da Piazza del Plebiscito; fu modificata la rampa del ponte che porta all'ingresso dell'antico borgo; fu abbattuta una fila di platani al margine della strada; fu allargata Via Cavour all'altezza dell'Ospedale Mattei, portando la strada da cinque a sette metri; e, infine, si collocò la stazione in modo da non compromettere la passegiata della Cona che, dal centro del paese, portava fino al santuario della Madonna del Campo.

Il primo tronco della ferrovia, che da Roma portava a Genazzano, fu inaugurato il 12 giugno 1916. Il secondo tronco fino a Fiuggi fu aperto il 6 maggio 1917 e il terzo fino a Frosinone il 14 luglio di quello stesso anno.

I disastri ferroviari a Cave furono due: nel novembre 1920 e nel settembre 1921.

Dopo tali gravi incidenti fu diminuita la velocità dei treni, senza preoccuparsi se i tempi di percorrenza venivano così ad essere allungati.

Nel 1921, la signora Adriana Boari Clementi, donò un pezzo di terra in contrada San Bartolomeo per la costruzione di una pensilina al fine di consentire la fermata del treno. Tale fermata era importante per gli abitanti di San Bartolomeo e Colle Palme, perché non c'era altro mezzo pubblico che consentisse ai ragazzi del posto di recarsi a scuola a Cave o a Palestrina, ed evitare così di rimanere isolati ed analfabeti.

In memoria dei Caduti

I cittadini di Cave caduti sui fronti della Prima Guerra Mondiale furono ottantotto; fra i combattenti non mancò chi si distinse sul campo di battaglia tanto da essere decorato al valore: quattro medaglie d'argento, di cui due alla memoria, e tre medaglie di bronzo meritarono altrettanti nostri concittadini.

Qualche anno dopo la fine della guerra, esattamente il 20 aprile 1921, fu costituito un comitato presieduto dal senatore Giulio Venzi, per far innalzare in Cave un monumento ai Caduti della guerra 1915-18. Fu incaricato lo scultore Romolo Bernardi di preparare un bozzetto che egli eseguì ma che non piacque e fu respinto. Si fece allora avanti un altro artista, lo scultore Francesco Parisi, ma, per non ben definite ragioni, la sua offerta fu rifiutata. Finalmente fu trovato l'uomo giusto nello scultore professore Francesco Coccia di Palestrina, il cui bozzetto risultò di gradimento della commissione.

Il monumento fu collocato, per concessione del Commissario Governativo delle Ferrovie Vicinali, sullo slargo di terreno antistante la stazione, al centro del paese; l'area fu sistemata convenientemente a piazzetta ricoprendo la terra con pietrisco e, per consentire la visione del monumento, furono abbattuti quattro grandi platani sul margine del Viale della Cona. 

La provincia autorizzò l'abbattimento degli alberi, purché venissero piantati nelle vicinanze, sotto la sorveglianza di incaricati della Provincia e nel luogo da essi indicato, altri quattro giovani platani.

Tutta la cittadinanza contribuì alla realizzazione di quest'opera che costò complessivamente poco più di ventinovemila lire, delle quali, venticinquemila costituirono il compenso per lo scultore. Diecimila lire le offrì il Comune di Cave, mentre le altre diciannovemila furono raccolte con una pubblica sottoscrizione, con feste e recite di beneficenza e con varie altre iniziative. Il 26 aprile 1927, dopo sei anni dalla costituzione della commissione e dopo molte vicissitudini, il monumento ai Caduti in guerra fu solennemente inaugurato con l'intervento di Autorità civili, politiche e religiose e, naturalmente, di tutto il popolo di Cave. Un mese dopo, il 25 maggio 1927, il podestà Giulio Mattei prese ufficialmente in consegna il monumento.

La villeggiatura

Cave, specialmente in passato, quando aveva più spiccate caratteristiche agresti, era una delle mète preferite dai romani per la villeggiatura estiva. Essi trovavano qui aria pulita, acque salubri, cibi genuini e, specialmente, un modo di vivere ben diverso da quello convulso e chiassoso della loro grande città. La villeggiatura dei romani era per Cave una delle principali risorse economiche Nel 1918, con l'Italia ancora in guerra, furono non meno di seicento le persone che vennero a villeggiare in Cave durante il periodo estivo. E poiché si era in tempo di razionamento annonario, il Comune dovette preoccuparsi di approvvigionarsi per tempo delle derrate occorrenti per alimentare tante persone in soprannumero, facendone richiesta alle superiori autorità. Furono impartite, per la distribuzione, severe disposizioni. Il Comune doveva rilasciare ad ogni villeggiante una tessera annonaria, valevole per il periodo del soggiorno, per pane, pasta, riso, e zucchero. Ma i villeggianti avevano l'obbligo, prima di partire per le vacanze, di depositare le loro normali tessere annonarie presso il comune di residenza. Finito il periodo della villeggiatura, il Comune di Cave doveva render conto delle tessere rilasciate, dichiarando i nomi delle persone che l'avevano ricevute. In quel periodo, per alcuni anni, il Comune ospitò a sue spese presso il convento di San Carlo, circa duecento ragazzi orfani del Conservatorio della Divina Provvidenza di Roma.
Visto il notevole afflusso di persone durante il periodo estivo, viene da domandarsi come Cave potesse far fronte all'alloggio di tanti forestieri. La risposta è che Cave riusciva a sopportare bene questo aumento estivo di popolazione, grazie ad una notevole potenzialità di ricezione alberghiera.

Esistevano in Cave diverse locande ed era diffuso tra la popolazione l'uso di affittare le stanze o anche l'intera abitazione, nel qual caso la famiglia si ritirava temporaneamente a dimorare nella casa di campagna.

C'è da dire che, prima di rilasciare le licenze, il Comune faceva ispezionare le pensioni e le camere da affittare dall'Ufficiale Sanitario per controllarne l'igiene e il decoro. Nel 1933 l'attrezzatura alberghiera più efficiente del paese era costituita dal complesso appartenente all'impresa Claudio Renzi di Cave.

Complesso che era costituito da un albergo con trentadue camere contenenti quarantasei letti; da un villino con sette camere di cui quattro da letto, dalla Casa Renzi formata da nove appartamenti, ciascuno di quattro vani con quattro letti; da un appartamento nel villino Renzi sulla passeggiata della Cona, composto di quattro vani con quattro letti. Nell'albergo Renzi le camere ad un letto costavano dieci lire per notte; quelle a due letti venti lire. A queste cifre andava aggiunto il 10% per il servizio ed il 4% per la tassa di soggiorno..

Piazza Santa Croce

Piazza della Croce (oggi Piazza Santa Croce) era, nel 1909, un semplice spiazzo sterrato sul quale avveniva il pubblico mercato del bestiame. Al fine di favorire la libertà di transito e di sistemare definitivamente la zona del mercato, il Comune decise di allargare la piazza e, a tal fine, acquistò, il 2 ottobre 1910, un appezzamento di terreno di millecento metri quadrati, confinanti con la piazza, dal proprietario Francesco Giorgioli il quale, evidentemente restio a concludere l'affare, fu costretto con decreto ingiuntivo a presentarsi per firmare il contratto. Contemporaneamente, Giulio Clementi, per contribuire a meglio sistemare la piazza, donò spontaneamente al Comune un pezzo di terreno adiacente, di circa settecento metri quadrati. Il Comune da parte sua s'impegnò a costruire entro un anno un nuovo abbeveratoio sul lato della prima casa del Giorgioli, a ridosso del muro di cinta che avrebbe dovuto costruire lo stesso proprietari.

Ma nel giugno 1912 nulla ancora era stato fatto, né dal Comune né dal Giorgioli.

Di ciò si lamenta in una lettera al Sindaco il generoso Giulio Clementi che, pur avendo subito provveduto a sterrare e livellare il terreno acquistato al Giorgioli, vedeva la piazza rimasta com'era due anni prima: non più di uno slargo polveroso che, nei giorni di pioggia si trasformava in un indicibile pantano.

In epoca più recente la piazza fu trasformata in giardino pubblico al cui centro fu posto il monumento ai Caduti in guerra, spostandolo dalla piazzetta antistante la stazione delle Ferrovie Vicinali.

Fiere e mercati

Nel 1874 si svolgeva in Cave una fiera annuale detta di San Giacomo e Sant'Anna, che si teneva nel paese, o nelle vicinanze, l'ultima domenica di luglio e il lunedì successivo. Era una fiera per merci e bestiame che prevedeva il conferimento di premi per i migliori animali e per la più fornita esposizione di merci, come pure l'esonero dal pagamento del dazio sui generi di più largo consumo e della tassa per l'occupazione delle aree pubbliche. I documenti dell'epoca dicono che questa fiera si svolgeva in Cave "da tempo immemorabile", ed anche dopo il 1874 continuò a svolgersi regolarmente per molti anni. Dai manifesti conservatati nell'archivio del Comune, sappiamo che la fiera del 1879 si svolse, con le stesse modalità, il 27 e il 28 luglio e quella del 1887, il 31 luglio e 1° agosto. Il 3 giugno 1876 fu istituito, con delibera consiliare approvata dalla Prefettura il successivo 22 ottobre, un mercato settimanale che si svolse per molti anni in Piazza del Plebiscito. E dieci anni dopo, il 22 agosto 1886, il Consiglio deliberò l'istituzione di una seconda fiera annuale per merci e bestiame da tenersi nei giorni di domenica e lunedì immediatamente precedenti la festa di Pentecoste. L'iniziativa più importante del Comune di Cave, volta principalmente ad incrementare l'allevamento ed il commercio del bestiame, fu l'istituzione della fiera - mercato del primo sabato di ogni mese, per merci ed animali.
Il punto d'incontro per il mercato del bestiame era la Piazza della Croce, dalla quale spesso l'esposizione si estendeva fino in contrada Canepine (l'attuale Viale Giulio Venzi), mentre la prova dei cavalli avveniva in un punto determinato in località Madonna del Campo. Il mercato delle merci e derrate si teneva, invece, in Piazza del Plebiscito.

L'inaugurazione della fiera - mercato avvenne il 7 aprile 1906, con grandi festeggiamenti a cui parteciparono autorità civili personalità politiche. L'Amministrazione fece del tutto per facilitare ed invogliare l'afflusso alla manifestazione del pubblico esterno: nei giorni di mercato fu istituito uno speciale servizio di diligenza con la stazione ferroviaria di Valmontone; furono esonerati dal dazio diversi generi alimentari di più largo consumo e, per le prime tre o quattro edizioni della fiera, furono istituiti premi per i migliori capi di bestiame e per i maggiori compratori, da riservare, per riguardo agli ospiti, ai soli espositori forestieri.

Dopo quella memorabile inaugurazione, la fiera prese piede e si svolse regolarmente, il primo sabato di tutti i mesi, per molti anni.

Fu sospesa soltanto per un paio di mesi nel 1918, durante la terribile epidemia della "spagnola", ma già il primo sabato del dicembre di quell'anno, venditori e compratori tornarono ad incontrarsi in Piazza della Croce e in Piazza del Plebiscito.
Nel 1918, il Comune di Cave, d'accordo con la Cattedra Ambulante di Agricoltura di Palestrina, al fine di agevolare i piccoli allevatori di bachi da seta e difenderli dagli speculatori, organizzò nel paese un mercato dei bozzoli da tenersi dal 20 giugno al 10 luglio nei giorni di martedì, giovedì, sabato e domenica.

Per favorire l'afflusso dei comparatori dai paesi vicini e facilitare le trattative, il Comune mise a disposizione i locali, le bascule e persino una stufa a vapore per la soffocazione dei filugelli. In quell'occasione i bozzoli furono contrattati ad un prezzo oscillante fra le tredici e le sedici lire il chilogrammo a seconda della qualità.

L'iniziativa fu importante non soltanto per Cave, ma anche per tutte le località viciniore interessate all'allevamento dei bachi da seta, poiché i prezzi contrattati sul mercato di Cave, servirono di riferimento per stabilire i prezzi di mercato anche sulle altre piazze.

Infatti, furono telegrafati a molti comuni che ne avevano fatto richiesta per mettere i propri allevatori nella possibilità di difendersi dallo strozzinaggio degli speculatori. 

L'anno successivo, il mercato fu ripetuto dal 3 al 15 luglio.

L'economia locale

L'abbondanza di boschi nei dintorni, è stata sempre per Cave notevole fonte di attività economiche.

Fin dal primo Novecento, infatti, i boschi di castagno e noci avevano incrementato un'attività di taglio e commercio del legno, oltre che l'insediamento di attività medio - industriali con buona produzione di mobili e infissi legati al mercato e all'attività edilizia di Roma. Esistevano in quel tempo, una notevole quantità di artigiani e un opificio che occupava una cinquantina di operai.

Collateralmente a questa attività fu tentata anche l'istallazione di una fabbrica di motori Diesel, da parte della ditta MAIN di Bologna che, nel 1947, chiese al sindaco Giorgioli di agevolare l'iniziativa. Ma, nonostante la buona volontà del Sindaco, la proposta decadde e delle fabbrica non si parlò più.

Ai lavori legati alla presenza dei boschi, si aggiungevano anche due altre importanti attività: la villeggiatura, e il commercio delle castagne.

La vendita delle castagne era regolata da leggi severe: era aperta all'interno della provincia, ma l'invio del prodotto fuori provincia doveva essere autorizzato dalla Prefettura di Roma. "Autorizzo l'esportazione di chilogrammi 10 di castagne in Apiro, richiesta dal signor Massera Cesare. Il Prefetto"; numerosi telegrammi come questo e lettere di autorizzazioni per l'esportazione fuori provincia di chilogrammi e quintali di castagne, sono conservati nell'archivio del Comune di Cave.

Nel 1912, la produzione di castagne di qualità gentile, cioè adatta all'alimentazione umana, fu di 2500 quintali. Le castagne di cave erano rinomate per la loro bontà e grossezza e venivano esportate dovunque, anche in Francia, dove costituivano la materia prima per la produzione dei famosi "marrons glacés". Le colture che venivano principalmente praticate nella zona erano quelle dell'olivo, lungo la fascia pedemontana ad est del centro abitato, sopra la via Prenestina; e della vite, con coltivazione intensiva, oppure a vigna con larghi filari seminati, spesso in proprietà molto frazionate. Nel periodo che va dal 1930 al 1939, e poi ancora negli anni successivi, l'agricoltura di Cave fu investita dal fenomeno della prolificazione delle piantagioni di tabacco, in particolare dei tipi di tabacco per sigaro.
Tali insediamenti agricoli trovarono possibilità di sviluppo, in primo luogo per la particolare composizione chimica del terreno che consentiva di ottenere un tabacco qualitativamente e quantitamente superiore alla media e, sopratutto, con buone qualità di combustione; in secondo luogo per la presenza di molti boschi di castagni che rendevano facilmente reperibile la legna da ardere per essiccare il tabacco nelle cosiddette "stufe", i cui edifici, oggi vuoti e abbandonati, si vedono ancora alla periferia dell'abitato e nei campi limitrofi.

Purtroppo, l'abitudine di disboscare larghe fasce di territorio, ha alla lunga determinato un deturpamento del patrimonio boschivo, con danni all'ambiente e all'economia della zona.

Un'altra importante attività locale intorno agli anni Venti era l'allevamento del baco da seta, del quale abbiamo già accennato parlando del mercato dei bozzoli che fu istituito dal Comune di Cave nel 1918 e ripetuto negli anni successivi.

Come si ricorderà, quel mercato fu importante perché, fra l'altro, fece da calmiere dei prezzi per tutti gli altri mercati della zona. Ancora nel 1928, Cave era un'importante centro di allevamento del baco da seta. La sua produzione annua si aggira intorno ai centoventi quintali.

Nel 1920 i principali generi alimentari erano ancora razionati, per cui si manifestò veramente utile, in un sistema distributivo imperfetto che risentiva ancora delle ristrettezze dovute al recente conflitto, la presenza in Cave di due cooperative di consumo, legalmente costituite, aventi ambedue lo scopo di fornire ai soci generi di prima necessità come farina, pasta, olio, riso, zucchero, formaggio, ecc., a prezzi agevolati.

La prima era denominata Cooperativa "Libertà e lavoro" ed era composta inizialmente di 383 soci tutti mutilati e invalidi di guerra o vedove di Caduti. La seconda si chiamava Cooperativa "Unione agricola operaia di consumo", formata inizialmente di 64 soci appartenenti a tutte la categorie sociali della popolazione. fu il fenomeno dell'emigrazione.

Si calcola che negli anni Sessanta lasciarono Cave circa cinquecento persone, erodendo non poco l'incremento naturale della popolazione.
Il flusso migratorio si verificò specialmente verso Roma, ma anche verso i poli industriali più vicini della valle del Sacco, a partire da Colleferro.

Il fenomeno che interessò Cave,dipese principalmente dal decadimento dell'attività agricola, a fronte di un forte incremento delle attività "terziarie" nella capitale che divenne un polo di attrazione per chi, ormai non più trattenuto dalla terra, era la ricerca di una diversa e più redditizia occupazione.

D'altra parte, Cave fu anche soggetto ad un un movimento immigratorio dovuto agli abitanti dei piccoli paesi arroccati sui Monti Prenestini, con tradizioni agro - pastorali; tra questi Rocca di Cave, la cui struttura sociale subì profonde modificazioni passando dagli 872 abitanti del 1951 ai 399 del 1971.

Anche il fenomeno del pendolarismo è stato ed è tuttora notevole a Cave per quasi tutti i rami di attività, con l'eccezione del commercio.

Poiché siamo in tema di economia locale, non possiamo non accennare al grave problema della disoccupazione bracciantile in agricoltura, verificatosi negli ani seguenti la fine della Prima Guerra Mondiale. Nel 1919 si attuarono in Italia, da parte di gruppi di contadini, occupazioni di terre, creando non poco turbamento sociale.

Per frenare la turbolenza delle masse ed anche per favorire la popolazione contadina ed incrementare la produzione dei prodotti della terra, il Ministero dell'Agricoltura, con decreto legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 13 settembre 1919, dispose che i Prefetti potessero decretare la temporanea occupazione di terre incolte per negligenza o incuria dei rispettivi proprietari, a favore di associazioni agricole e di ex combattenti che ne avessero fatto richiesta.

Ma, almeno inizialmente, le occupazioni avvennero senza tener conto delle normative governative. Anche a Cave, nel 1919, alcune terre furono illegalmente occupate da gruppi di braccianti, ed il Prefetto dovette intervenire nell'ottobre di quell'anno per far rispettare la legge e per impedire che altre invasioni avessero a ripetersi..

Piazza Guglielmo Marconi

Dall'odierna Piazza Santa Croce, percorrendo la salitola di Via Giuseppe Clementi, si raggiunge la Piazza Guglielmo Marconi. 

Questa piazza non ampia, è disposta però in modo da costituire un angolo della città particolarmente adatto per lo svolgimento di manifestazioni pubbliche - concerti e manifestazioni rievocative - in occasione di ricorrenze religiose e tradizionali care alla popolazione. 

È qui che si concludono, con grande concorso di popolo e con luminarie, concerti e spettacoli pirotecnici, i festeggiamenti in onore di Sant'Antonio da Padova, una festa fra le più amate a Cave. Come pure è in questa piazza che si conclude, con la rappresentazione della crocifissione, la suggestiva processione storica detta del "Cristo morto", che da più di cento anni si svolge per le vie cittadine nella notte del Venerdì Santo ed alla quale partecipa e collabora l'intera cittadinanza.

Oggi la piazza porta il nome del nostro illustre scienziato Guglielmo Marconi, ma in passato ha assunto, a seconda delle vicende storiche vissute, diversi altri nomi: si chiamava Piazza dell'Istruzione sul finire del secolo scorso, negli anni in cui Cave e il territorio prenestino, cessato lo Stato Pontificio, erano entrati a far parte del Regno d'Italia; poi, in omaggio al santo titolare della chiesa la cui facciata prospetta sulla piazza, prese il nome di Piazza San Carlo; più tardi si chiamò Piazza del Municipio, per il fatto che il Comune aveva posto la sua sede nei locali del convento di San Carlo che aveva il suo ingresso proprio nella piazza.
Al sommo dell'alta scalinata, ecco la facciata della secentesca chiesa di San Carlo. È una sobria facciata nello stile di transizione tra il Rinascimentale e il Barocco, suddivisa in due ordini, inferiore e superiore, con caratteristiche del tutto differenti. La parte inferiore è interamente coperta di travertino e mostra tutt'ora le ferite ricevute durante le incursioni aeree della Seconda Guerra Mondiale. La parte superiore, invece, è costituita in mattoni con alcune parti in travertino ed appare ben conservata perché restaurata dopo la guerra.

Al fianco sinistro della chiesa si sviluppa la fronte del convento di San Carlo, edificio di eleganti proporzioni con l'ingresso protetto da una loggia sorretta da due snelli pilastri.

Circa a metà della fronte fu necessario apporre, fin dall'origine della costruzione, un ampio contrafforte per sostenere la parete che era leggermente inclinata verso la piazza. Per salvare l'estetica della fronte, imbruttita da quella sovrapposizione, fu applicato allo sperone un finto portale che gli dava l'aspetto di un portone di accesso al convento. Detto contrafforte venne poi rimosso dal Comune verso gli anni Trenta.

Sulla Piazza Guglielmo Marconi, proprio di fronte alla chiesa di San Carlo, si affaccia il severo e massiccio palazzo della famiglia Giorgioli che era proprietaria anche di tutto il retrostante terreno coltivato ad ortaggi. La strada che l'attraversa si chiamava, infatti, qualche anno fa, Viale Orti Giorgioli, divenuto poi Viale Giorgioli.

La chiesa confiscata

La chiesa e il convento di San Carlo sorgono su un colle che, anticamente, era chiamato Colle dell'Aquila. Più precisamente su un punto del colle detto "La villa" perché in quel posto esisteva, secoli prima, una villa romana di cui all'intorno si vedevano ancora i resti. Non sappiamo chi fu l'architetto che progettò la chiesa e il convento, ma sappiamo che a costruirli fu una piccola comunità di frati minori conventuali di San Francesco che si era stabilita nel territorio di Cave nel 1567.
Accolti con simpatia e cordialità, i quattro o cinque frati ebbero subito in dono, dalla Confraternita della Madonna del Rosario, alcuni terreni da coltivare ed una piccola chiesa da officiare la quale, trovandosi a mezza costa del monte che sorge in prossimità di Cave, era chiamata Santa Maria del Monte. Annesso alla chiesa trovarono, abbandonato e dirupo, un convento che avevano costruito i padri benedettini nel XII secolo, nel quale, dopo averlo convenientemente riattato, presero dimora. La comunità dei francescani rimase in Santa Maria del Monte per circa settant'anni.

Poi, realizzando un progetto da tanto tempo sognato, verso il 1630 si trasferì sul colle dell'Aquila nei pressi di Cave, ove una quindicina d'anni prima aveva iniziato la costruzione di una nuova chiesa e di un grande convento. Il bel progetto poté essere realizzato grazie al volere, alla costanza e sopratutto alle possibilità finanziare di quattro fratelli della facoltosa famiglia Biscia di Cave, i quali vestirono tutti il saio dei francescani: tre di essi, Giuseppe, Bonaventura e Antonio entrarono a far della comunità di Cave, mentre il quarto, Bernardino, preferì la più stretta regola dei cappuccini. I fratelli Biscia impiegarono le loro quote dell'eredità paterna, sia per sostenere le spese della fabbrica, sia per acquistare case e terreni che assegnarono in proprietà al convento. Le cronache riportano che spesero circa cinquantamila scudi romani, corrispondenti a circa duecentocinquantamila lire, una cifra enorme per quei tempi in cui circolavano più i baiocchi di rame che gli scudi d'argento.

A dirigere la fabbrica fu il dinamico e capace padre Bonaventura e sia lui che i fratelli ebbero la soddisfazione di veder compiuta la loro opera. Morirono fra il 1651 e 1666 e furono sepolti in San Carlo in una tomba comune sotto l'ampia cupola, presso il presbiterio, sulla cui lapide una scritta li ricorda come i fondatori della chiesa e del convento.

Pochi sanno che la chiesa e il convento dei francescani di Cave sono dedicati a due santi: San Francesco d'Assisi e San Carlo Borromeo, 

Il nome di San Francesco era stato scelto dalla comunità dei frati; San Carlo Borromeo fu aggiunto per volontà sia della famiglia Biscia che era di origine lombarde e volle così onorare quel santo della sua terra, sia del principe Filippo Colonna, signore di Cave, che di San Carlo era nipote.

La chiesa di San Carlo fu inaugurata nel 1640, come si legge sulla fronte dell'edificio, ma dovette attendere ancora molti decenni per essere completata con le cappelle, il pavimento, il campanile, la scalinata; decorata con stucchi ed affreschi e fornita degli arredi per il culto: il pulpito, l'organo, il coro. Così, soltanto nel secolo successivo poté dirsi pronta per la solenne consacrazione che avvenne il 19 giugno 1729, con grande concorso di popolo, ad opera del vicario generale della diocesi mons. Francesco Maria Loyer, venuto da Palestrina con un seguito di centocinquanta persone.

Il 15 giugno 1810 Napoleone Bonaparte, che aveva invaso il suolo italico e occupato lo Stato Pontificio, promulgò una legge con cui furono sciolte tutte le organizzazioni religiose dell'uno e dell'altro sesso. Anche la comunità francescana di San Carlo fu colpita da tale disposizione, per cui i frati, i conversi e i chierici furono costretti a tornarsene alle loro case in abiti borghesi e i beni della chiesa e del convento furono venduti al pubblico incanto.

Ma cinque anni più tardi, caduta la stella di Napoleone e ripristinati i diritti degli ordini religiosi, i beni furono in buona parte recuperati grazie anche al concorso del popolo di Cave, poiché "in segno di benevolenza, per decoro della casa di Dio, a carico del pubblico furono redenti tutti i mobili della chiesa e sacrestia e tali furono restituiti, nel punto della ripristinazione, in mano del Padre Antonio Dusi e del Padre Nicola Ziluca, Procuratore, entrambi di Cave".

Una sessantina di anni dopo, si rinnovò la situazione del periodo napoleonico ad opera del Governo Italiano, il quale, il 19 giugno 1873 estese al territorio dell'ex Stato Pontificio la legge del 7 luglio 1866, con la quale si disponeva la soppressione di tutti gli ordini religiosi e delle corporazioni e congregazioni religiose, regolari secolari, con confisca di tutti i loro beni da parte del Demanio dello Stato. Perciò anche la chiesa ed il convento di San Carlo furono confiscati e cinque anni dopo, il 13 giugno 1878, furono ceduti in proprietà al Comune di Cave che ne aveva fatto richiesta per adibirli a funzioni di pubblica utilità. La chiesa fu dal Comune affidata per l'officiatura ai religiosi ex conventuali, obbligati ora a vestire da preti secolari, ai quali fu lasciata per l'abitazione e l'attività pastorale circa la metà dei locali del convento.

La chiesa di San Carlo è ancora oggi di proprietà comunale, mentre il convento è tornato in proprietà ai francescani grazie a due operazioni economiche avvenute in tempi diversi; la prima, il 10 settembre 1907, con la quale i sacerdoti officianti la chiesa comprarono dal Comune, con la somma di ottomila lire, la parte del convento da loro occupata; la seconda, nel 1963, allorché i frati, con regolare atto di permuta, ottennero la proprietà della restante parte del convento, dando in cambio un nuovo edificio in Viale Orti Giorgioli, appositamente costruito per diventare una sede comunale.

Nell'ultimo conflitto mondiale, la chiesa e il convento di San Carlo furono più volte colpiti dai bombardamenti aerei che Cave subì in quell'infausto periodo. E la facciata della chiesa, nella sua parte inferiore, porta ancora molte tracce di quelle ferite.

I lavori di restauro e ammodernamento della chiesa e del convento avvenuti nel dopo guerra, principalmente nel quadriennio 1964 - 1967, hanno portato a sostanziali modificazioni dei due edifici. Specialmente la chiesa ha risentito il cambiamento dopo la sostituzione dell'antico pavimento ricoperto da seimila quadrelli in cotto e comprendente anche numerose pietre tombali, con l'attuale pavimento in lastre di marmo bianco; e dopo la rimozione del pulpito e dell'organo e la modificazione degli altari in seguito alle disposizioni della riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II.

Ma anche i cambiamenti avvenuti, la chiesa di San Carlo ha mantenuto l'eleganza e la solennità del suo interno a croce latina, nello stile architettonico di transizione fra il Rinascimentale e il Barocco, decorato con numerosi affreschi del XVII secolo dovuti al pennello del pittore romano Angelo Alerii, e con finissimi stucchi fa i più belli nel loro genere in gran parte opera dello scultore Francesco Nuvoloni.

Nelle sei cappelle e nel transetto, quadri di autori diversi del periodo compreso fra la prima metà del 1600 e la prima metà del 1800, e un crocefisso ligneo del XVI secolo. L'altare maggiore ed il pavimento del presbiterio sono rivestiti di pregiati marmi policromi acquistati a Palestrina nel 1700, provenienti da edifici romani, forse dal famoso tempio dedicato alla Fortuna Primigenia.

Due magnifiche opere dell'arte medievale, forse anch'esse provenienti da edifici romani, sono rappresentate da due colonne di marmo bianco finemente scolpite che ornano il presbiterio e che la tradizione vuole siano state donate dal Principe Marcantonio Colonna alla chiesa di San Lorenzo e poi trasportate in San Carlo, per volere del principe Filippo Colonna. Infine, nascosto dietro l'altare maggiore, un capolavoro dell'arte secentesca: l'imponente coro ligneo di forma semicircolare addossato all'abside, scolpito nel 1689 dal mastro Giacomo Maschio di Venezia e restaurato del 1985.

La scuola

Il primo passo per la costruzione di un grande e moderno edificio scolastico per l'istruzione pubblica, fu compiuto dal Comune il 29 agosto 1910, quando stipulò l'atto di compromesso per l'acquisto di un terreno in località San Carlo, contrada Canepine, del quale prese possesso il 31 gennaio 1911.

I lavori dell'edificio, su progetto dell'ing. arch. Enrico Scifoni, furono appaltati nel settembre 1913, stabilendo nel contratto che dovevano durare ventiquattro mesi. Invece occorsero otto mesi di più, perché, fra le diverse ragioni del ritardo, c'era anche il fatto che, la scuola era rimasta danneggiata dal terremoto del 13 gennaio 1915, per cui occorse del tempo per eseguire i necessari lavori di ripristino.

E finalmente, il 30 aprile 1916, il Comune poté prendere possesso della sua scuola nuova, ma che non attrezzò subito, come avrebbe dovuto, con banchi, cattedre, lavagne, ecc. per dare corso all'attività scolastica, perché per esigenze militari - si era nel pieno della guerra iniziata nel 1915 - l'edificio fu per qualche anno occupato dai soldati, con funzione di caserma.

Il Comune poté riaverlo libero soltanto il 30 luglio 1919, ed allora, adeguatamente sistemato, l'edificio poté finalmente essere occupato dai piccoli scolari ai quali era stato destinato.

Prima della costruzione di questa grande e bella scuola pubblica, l'istruzione veniva impartita in piccole scuole, alcune delle quali provenienti da opere pie di antichissima origine, passate in gestione al Comune.

Una di queste antiche istituzioni era la scuola delle Maestre Pie Filippini per l'istruzione delle fanciulle, fondata dal principe Filippo Colonna, il quale, con regolare contratto del 21 dicembre 1789, s'impegnò a versare la somma annua di novanta scudi per il mantenimento di tre maestre e a cedere, per l'abitazione e la scuola, una delle sue case in contrada l'Arco. Quando ai Colonna successero i Barberini, questi continuarono a mantenere l'opera fondata dai predecessori, versando ogni anno al Comune la somma di settecentoventi lire.

n'altra fondazione privata, passata poi al Comune, era quella istituita dalla Confraternita del SS. Sacramento che, da tempo immemorabile, provvedeva al mantenimento di un maestro di scuola per fanciulli. Nel 1874, fra il Comune e la Confraternita, fu stipulato un atto di transazione per regolare i rapporti fra le parti e per stabilire la cifra che la Confraternita avrebbe dovuto versare al Comune per l'istruzione pubblica, cifra che fu fissata in quattrocentotrenta lire l'anno.

Nell'archivio della Curia Vescovile di Palestrina sono conservai i dati del censimento scolastico del 1858 per tutti i comuni della Diocesi. A Cave, su 3073 abitanti, erano iscritti alle scuole elementari 280 scolari: 80 maschi e 200 femmine.

Il 18 novembre 1951 fu inaugurata in Cave, con solenne cerimonia, la scuola statale in aule attrezzate all'interno del convento di San Carlo, nella parte di proprietà comunale. Ma era ambizione del Comune poter costruire, per i corsi di scuola media inferiore, un edifici più rispondente alle esigenze della popolazione scolastica. Perciò, il Comune si accordò con i frati di San Carlo per addivenire ad una permuta di terreni al fine di ottenere la disponibilità di un'area adatta alla costruzione di detta scuola. L'atto di permuta fu stipulato il 14 agosto 1955 e così il progetto comunale della nuova scuola poté in seguito essere realizzato.

I soldati nella scuola

Non appena pronto il nuovo edificio scolastico, non furono i bambini ad essere accolti fra le sue mura. Furono, invece, i soldati i primi occupati della scuola, a dimostrazione dei tempi particolarmente travagliati che si stavano vivendo.

La guerra era scoppiata da circa un anno, l'esercito era nel pieno della sua potenzialità con gli avvenuti richiami alle armi di gran parte dei cittadini, ed occorrevano locali per alloggiare le truppe in addestramento per il fronte. Zappatori, ma le truppe non potevano essere acquartierate tutte in quella cittadina, per cui due compagnie furono dislocate in Cave, appunto nel nuovo edificio scolastico.Furono trovati anche alloggi per gli ufficiali che dovevano essere "presso privati ragguardevoli, in camere mobiliate in modo decoroso, anche in relazione al grado rivestito".

Oltre all'alloggio della truppa e degli ufficiali si provvide anche ad occupare alcune stanze dell'Ospedale Mattei per dislocarvi l'infermeria, e a requisire alcuni locali da destinare a magazzini e a scuderie per tre cavalli. I soldati erano circa quattrocento e, in un primo momento, per il alloggio fu offerta al Comune un'indennità annua di 2680 lire, portata poi a 3000 lire, calcolata sulla base delle tariffe pontificie che prevedevano un'indennità giornaliera di due centesimi di lira per soldato..

Ma il Comune, ritenendo tale cifra troppo bassa, la rifiutò, per cui la stessa fu portata a 4000 lire. A quest'importo fu aggiunta un'indennità annua di lire 840,76 per alloggio degli ufficiali (1).

La convenzione stipulata fra il Comune di Cave e la Direzione Generale del Genio, prevedeva che i soldati permanessero in Cave non oltre l'anno 1917. Infatti, nei primi mesi del 1918, le due compagnie, ormai ridotte a pochi soldati, lasciassero Cave per riunirsi al proprio reggimento in Palestrina.

Successivamente presero possesso dell'edificio, per brevi periodi, distaccamenti di fanteria e, nell'estate del 1918, vi fu istituito un convalescenziario per duecento soldati malarici in via di guarigione, abbisognevoli di riposo e di aria salubre. Ma la presenza di tanti militari in un piccolo centro come cave, non poteva non comportare pesanti inconvenienti per la popolazione civile.

Ciò avvenne specialmente durante il soggiorno dei convalescenti. In una nota del 26 settembre 1918, il Sindaco di Cave scriveva al Prefetto di Roma: "...e nonostante gli encomiabili sforzi dell'egregio Ufficiale Comandante il distaccamento, si mostrano (i soldati) intolleranti di severa disciplina, ed evadono e fuggono scavalcando muri e cancelli, invadono terreni privati rompendo siepi, steccati, rami e strappano frutta d'ogni sorta. E alle osservazioni che per questo vengono loro rivolte, qualcuno ha risposto: Eh! ...al fronte si fa ben di più..."; e lamentandosi poi dell'uso indiscriminato dell'acqua fatto dai soldati a dannoso dei cittadini e dell'irriguardoso comportamento di essi verso la popolazione, così concludeva: "Siamo pertanto fiduciosi che il Signor Prefetto... provveda a far sopprimere o quanto meno a ridurre a entità minima questo convalescenziario, prima che questa mite popolazione non abbia a stancarsi della prolungata pazienza". Successivamente l'edificio fu occupato, sempre da militari del Genio, fino al 30 giugno 1919. L'atto di riconsegna della scuola al Comune, reca la data del 30 giugno 1919.




(1) Può essere interessante sapere che l'indennità pagata per l'alloggio degli ufficiali, era stata calcolata in base alle tariffe pontificie che prevedevano per ogni giorno di presenza: £. 2 per i colonnelli; £. 1,50 per i tenenti colonnello; £. 1,266 per i maggiori; £. 0,733 per i capitani; £. 0,55 per i tenenti e sottotenenti

Villa Clementi

Le persone con qualche filo d'argento nei capelli, ricorderanno certamente Villa Clementi, il bel gioiello che fino a una trentina d'anni fa impreziosiva Cave con la sua lussureggiante vegetazione.

Ne era proprietaria la famiglia Clementi, una delle più importanti famiglie della cittadina. Fu un membro di questa famiglia, l'ing. Antonino Clementi che progettò e realizzò la costruzione della linea delle Ferrovie Vicinali. L'edificio della villa apparteneva al genere architettonico in voga dopo la proclamazione di Roma capitale d'Italia.

Ma la bellezza della villa era costituita dal terreno che la circondava, di 45.000 metri quadrati.
Un ampio triangolo di questo terreno era coltivato, ma la maggior parte costituiva un magnifico parco con centinaia di alberi secolari di alto fusto, di ogni genere e specie: lecci, faggi, tigli, magnolie ecc. Il parco, pur conservando gran parte della vegetazione allo stato naturale, era stato dotato di ombrosi viali e di angoli di particolare suggestione.

Durante l'ultimo conflitto mondiale, Villa Clementi, occupata dai soldati tedeschi e trasformata in autoparco, fu bombardata dagli aerei alleati. I notevoli danni subiti furono riparati, per quanto possibile dopo il conflitto.

Negli anni Settanta, la quasi totalità del terreno appartenente alla villa, fu diviso in decine di lotti venduti per costruirvi case di civile abitazione.

Negli anni successivi alla lottizzazione e dato inizio alle costruzioni, furono abbattuti moltissimi alberi e fu aperta nel comprensorio una rete di strade asfaltate.

Ed oggi, percorrendo a piedi quelle strade, che si snodano fra le case e gli alberi superstiti, si avverte ancora nell'aria, come polvere impalpabile, la suggestione che emanava da quel luogo quando si trovava nella sua naturale integrità.

L'espansione urbanistica

È da sottolineare, in questo periodo, la tendenza al cambiamento di funzioni dell'edilizia rurale, cioè la tendenza da parte dei contadini ad utilizzare sempre meno le case di campagna come principali residenze, ma ad usarle, dopo essersi spostati nel centro abitato, come villette rurali o come case d'affittare nel periodo della villeggiatura. Per lo stesso scopo si ebbe anche uno sviluppo di nuove abitazioni nella campagna circostante Cave. Per contro, il centro storico, anch'esso offeso dai bombardamenti, ha subito negli anni un progressivo abbandono e sta andando lentamente in rovina, sopratutto nel nucleo primitivo. I centri urbani più importanti che fanno capo al Comune di Cave, sono quelli che si trovano lungo la strada comunale di Selce, e cioè i centri di San Bartolomeo e Colle Palme distanti fra loro soltanto un chilometro e mezzo. Sorti come borghi agricoli intorno a due nodi di traffico stradale, nel 1968 furono considerati nuclei abitati e ne fu definito il perimetro. Nel 1971 comprendevano 558 persone, pari all'8,3% della popolazione del comune.
Un altro nucleo di carattere spontaneo sorge poco fuori del centro abitato, lungo la via Prenestina, con il nome di Santo Stefano. Cave ebbe il suo primo Piano Regolatore Generale nel maggio 1976, studiato ed elaborato dal dott. arch. Massimo Franceschi e dal suo collaboratore dott. arch. Faustino Di Giorgio. Da esso abbiamo desunto le notizie storiche sull'evolversi urbanistico di Cave fino a quel momento..
I dati desumibili dai censimenti decennali della popolazione italiana,ci consentono di seguire il continuo accrescersi della popolazione residente in Cave nel primo cinquantennio di questo secolo, ed anche oltre, fino ai nostri tempi. Nel 1911 la popolazione di Cave era composta di 4205 persone passate a 4540 nel 1921. A trent'anni di distanza, nel 1951, troviamo Cave popolata da ben 6106 persone, con un accrescimento medio di oltre cinquecento persone per decennio. Negli anni successivi, la popolazione ha continuato a crescere raggiungendo, nel 1975, 7016 persone e, nei nostri giorni, oltre 9000 unità. Questo continuo incremento della popolazione ha comportato, ovviamente, il bisogno di nuove abitazioni che sono state via via costruite espandendo notevolmente l'area urbana della cittadina. Tale necessità si è fatta specialmente sentire negli anni dell'ultimo dopo guerra, sotto la pressione, sia dell'incremento naturale della popolazione, sia dell'esigenza di una ricostruzione delle abitazioni distrutte o danneggiate dai bombardamenti durante il conflitto. All'inizio degli anni Sessanta, fu elaborato un piano di ricostruzione che, però, non fu mai inoltrato alle autorità competenti per l'approvazione. In tale piano si inclusero, nel perimetro dell'abitato, ampie zone ancora del tutto inedificate, lungo le tre direttrici di espansione: San Lorenzo, Morino e Speciano. Ciò permise all'interno di questo perimetro, in assenza di strumenti urbanistici e di interventi pubblici, l'attuazione di alcune lottizzazioni abusive e, per il resto dell'area, il verificarsi di un'edilizia minuta dovuta all'iniziativa dei privati

I pubblici servizi

Noi tutti, abituati alle comodità della vita moderna, consideriamo con stupore le condizioni di vita dei nostri concittadini dei primi anni del secolo, e riceviamo l’impressione che quei tempi siano ancor più lontani dei pochi decenni effettivamente trascorsi. Fino al 1915 i, Cave era ancora illuminata con lumi a petrolio o a carburo di calcio. Il petrolio era, in Italia, un bene di cui era controllata la produzione, l’importazione, la distribuzione e il consumo. Per la pubblica illuminazione e per gli usi nell’agricoltura e nell’industria, provvedeva ad assegnarlo alle imprese e alle persone, che dovevano richiederlo per iscritto secondo i bisogni, la Commissione Provinciale per il Petrolio, presso La Camera di Commercio di Roma. Per l’illuminazione privata, veniva assegnato mensilmente dai Prefetti un certo quantitativo di prodotto da vendere nei negoziai dettaglio a prezzi controllati. Nel 1918, il prezzo del petrolio nella vendita il minuto, era di lire 1,60 il litro. La prima riunione del Consiglio comunale nella quale si parlò per la prima volta di elettrificare il paese di Cave, fu tenuta il 29 aprile 1911. In detta riunione fu deciso di concedere, alla Società Laziale d’Elettricità, il permesso per la costruzione di una linea elettrica all’interno dell’abitato. Bisognò poi attendere un paio d'anni perché il Prefetto, il 1° luglio 1913, conferisse alla stessa società l'autorizzazione a costruire una linea elettrica che, partendo dall'Officina Anglo-Romana di Tivoli, si estendesse per il territorio di sedici comuni, tra i quali Cave, fino a ricongiungersi con l'altra Officina Anglo-Romana nei pressi di Subiaco. Dopo la concessione prefettizia, cominciò l’iter burocratico per l’appalto dei lavori. Il Consiglio comunale si riunì nell’ottobre 1913, e approvò il contratto con la Società Laziale d’Elettricità per la fornitura d’energia elettrica per l’illuminazione pubblica e privata e per scopi industriali. In seguito, il capitolato fu riformato in alcuni punti e il testo unico del documento fu nuovamente approvato il 14 settembre 1914, a lavori già molto inoltrati. Tanto inoltrati che, nell’aprile precedente, fu possibile dare alla popolazione un saggio di quella che sarebbe stata l’illuminazione dell’intera Cave di lì a qualche mese: il 25, 26 e 27 aprile 1914, Piazza del Plebiscito fu illuminata elettricamente a giorno, con un apposito impianto che costò trecento lire, fatto costruire dal Comune che volle in quel modo onorare la Madonna del Campo, illustre Patrona di Cave. Il 27 aprile 1915, ad un anno esatto di distanza da quella manifestazione, e sempre in occasione della festa della Madonna del Campo, l’illuminazione elettrica di Cave fu ufficialmente e solennemente inaugurata. Oggi ogni casa possiede un impianto telefonico privato, ed è per noi difficile immaginare che, soltanto qualche decennio fa, il telefono era un bene riservato al servizio pubblico e a pochissimi danarosi privilegiati. All’inizio del secolo, in Cave non c’era nemmeno un punto telefonico pubblico, per cui il principe Scipione Borghese, nel 1905, si fece promotore di una richiesta per ottenere dalla Società Generale Italiana dei Telefoni, un allaccio telefonico pubblico per collegare Roma con i centri di Cave, Genazzano, Palestrina, San Vito Romano e Paliano. La spesa prevista per Cave era di 560 lire. Il punto telefonico pubblico fu installato, sì, ma due anni dopo, nel giugno 1907, e non senza una decisiva spintarella dell’ing. Antonino Clementi che doveva avere voce in capitolo nelle alte sfere se riuscì anche a far sì che i treni diretti delle Ferrovie Vicinali facessero fermata a Cave. Per più di vent’anni quel telefono installato nel 1907, fu l’unico apparecchio pubblico di Cave. Anche gli ufficiali comunali dovevano recarsi a telefonare, per ragioni di servizio, presso quell’unico punto telefonico. Perciò, il Consiglio comunale, nella seduta del 10 agosto 1929, deliberò di affrontare la spesa di lire 136,50 per far installare un altro apparecchio nella sede comunale. Così, nei primi mesi del 1930, anche il Comune di Cave ebbe finalmente il suo apparecchio telefonico. Quanto sia lontano da noi il modo di pensare e di vivere negli anni che stiamo descrivendo, possiamo comprenderlo da una delibera del Comune di Cave risalente l’anno 1907. In quella delibera fu stabilito che tutti gli uomini validi del comune (genericamente definiti comunisti) dovevano conferire prestazioni in natura per la costruzione, sistemazione e manutenzione delle strade comunali. Fu redatto in proposito un dettagliato regolamento che prevedeva essere soggetto all’obbligo ogni capo famiglia: a) per la sua persona e per ogni individuo maschio atto al lavoro dai 18 ai 60 anni che faccia parte o sia al servizio della sua famiglia o delle sue proprietà, purché abiti nel comune; b) per ciascuna bestia da soma, da sella o da tiro, comprese le vacche domate, col rispettivo veicolo, che sia al servizio della sua famiglia o che serva alle sue proprietà nel comune... In altre parole e riassumendo il contenuto del regolamento, tutti gli uomini validi dai 18 ai 60 anni residenti nel comune erano obbligati a dare annualmente da una a quattro giornate di lavoro per lo scopo già detto. Dovevano presentarsi alle chiamate del Comune con gli attrezzi da lavoro, e gli animali con i loro carri (qualche anno dopo saranno precettati anche i mezzi motorizzati). Per chi non si presentava alle chiamate e per chi chiedeva di essere esonerato dal presentarsi, erano stabilite precise tariffe di conversione che erano aggiornate d’anno in anno. Ad esempio, nel 1909 e nel 1930, le tariffe di conversione furono le seguenti: 


per persona 

£. 1,30 

£. 10 

per cavallo o mulo con veicolo 

£. 3,00 

£. 30

per barozza con due buoi 

£. 5,00 

£. 40 

per cavallo o mulo con basto 

£. 1,20 

£. 10 

per somaro con basto 

£. 0,90 

£. 6,0 

per camion 

£. 30 a tonn. 


Coloro che si presentavano spontaneamente a fare la “conversione” prima del giorno della chiamata, avevano uno sconto sulla tariffa del 10%. Nel 1930, le chiamate furono tre. Nel 1934, l’uso delle chiamate per la sistemazione delle strade, era ancora praticato. In tema di sistemazione di strade, vale anche ricordare che il 4 gennaio 1933, fu deliberato di provvedere alla sistemazione dei primi 420 metri di Via dello Speciano, per il tratto che andava dalla strada provinciale fino ai magazzini della S.A. Produttori Tabacco. Questo caso era diverso da quello della sistemazione delle altre strade comunali, perché alla questione era fortemente interessata la S.A. Produttori Tabacco, la quale volle assumere su di sé la maggior parte degli oneri e delle incombenze. Anzitutto contribuì alla spesa con 1300 lire, poi finanziò l’opera con altre 7240 lire che il Comune s’impegnò a restituire in cinque anni, ed infine pensò essa stessa a far eseguire i lavori necessari per sistemare la strada.

La millenaria San Lorenzo

Tra le chiese di Cave, che rappresentano i beni più importanti del patrimonio storico e artistico della città, brilla come gemma preziosa la piccola chiesa del Patrono San Lorenzo, le cui antichissime origini si suole correlare con i primi agglomerati umani della zona, dai quali ebbe origine, nell'alto Medio Evo, il castello di Cave.

A costruire il primo nucleo della chiesa, nel secolo X, fu un prete di nome Stefano, il quale la innalzò con le sue mani su un terreno che apparteneva all'episcopio di Palestrina, sopra un colle chiamato "Quadrangolo".

In quel punto del colle esisteva un'importante memoria inserita in un antico nucleo di catacombale piuttosto esteso. L'importanza di quella memoria è dimostrata dal fatto che il prete Stefano si preoccupò di conservare la presenza ed accrescerne la venerazione, costruendovi intorno un piccolo oratorio. Unito alla chiesetta, sul lato destro, il prete costruì anche un convento nel quale prese dimora una piccola comunità di monaci benedettini dipendenti dal monastero di Subiaco.

Il prete Stefano completò la sua opera acquistando il terreno circostante ed altri beni che donò al convento per dotarlo di mezzi di sussistenza.

La costruzione della chiesetta e del convento su un terreno appartenente al Vescovo di Palestrina, non poteva non comportare un intervento ufficiale dell'Autorità Ecclesiastica. Infatti, il Vescovo di Palestrina Stefano II, con bolla del 24 aprile 988 riconobbe ufficialmente la fondazione della nuova chiesa dedicata alla Vergine Maria e ai santi martiri Stefano e Lorenzo, e concesse il diritto di usare e di officiare in perpetuo la chiesa al prete Stefano e al Padre dei tutti i benedettini che sarebbero entrati a far parte di quella comunità, al servizio di Dio. Detta bolla costituisce il documento n° 176 del "Regesto sublacense" anno 988, conservato presso il monastero di Santa Scolastica a Subiaco.

Ma perché come santo titolare viene sempre nominato San Lorenzo, mentre sappiamo che la chiesa era dedicata anche alla Vergine Maria e al protomartire Santo Stefano? La risposta è semplice: perché quando furono costruite le chiese di Santo Stefano (vecchio) nella contrada Campo e di Santa Maria Assunta nel borgo di Cave, la dedicazione agli stessi due santi decadde e alla chiesa rimase per titolo il solo nome di San Lorenzo.

La primitiva chiesetta costruita dal prete Stefano sul finir del primo millennio, fu nel corso dei secoli notevolmente ampliata e più volte modificata nelle strutture, come descritto nelle pagine seguenti. Tali ampliamenti e modifiche strutturali, fortemente influenzati dagli stili architettonici delle varie epoche, furono eseguiti in conseguenza di vicende politico - religiose (secoli XI e XIII) o per iniziativa di devoti facoltosi (secolo XVI).

Per circa cinque secoli la chiesa ebbe vita autonoma e vide periodi di vivace attività e periodi di triste abbandono. Finché nella seconda metà del XVI secolo la chiesa di San Lorenzo dovette rimanere definitivamente isolata e abbandonata, avendolo man mano i pochi abitanti della campagna preferito spostarsi nel vicino e più sicuro borgo di Cave. Perciò fu deciso di trasferire le sue rendite alla collegiata di Santa Maria Assunta con L'obbligo, da parte di quest'ultima, di officiare la chiesetta che venne chiusa al culto quotidiano e affidata alle cura di un eremita. Il Cecconi dice di aver desunto la notizia dagli atti di una visita pastorale del 1570. E il trasferimento certamente avvenne, poiché fino a circa il 1870 i canonici di Santa Maria si recavano a turno ogni domenica a celebrare la Messa in San Lorenzo.

Nel 1741, fu rinvenuta sotto la pietra dell'altare un'ampolla con la sacra reliquia del martire San Lorenzo che oggi è custodita sotto l'altare maggiore della chiesa di Santa Maria Assunta, dove fu trasferita nel 1790. Per la presenza di questa reliquia, racconta il cardinale Spinelli, nei secoli passati la chiesa di San Lorenzo godeva fama di celebre santuario ed era mèta di molti pellegrini. Il titolo di santuario è stato riconfermato il 10 agosto 1974 dal vescovo di Palestrina Pietro Severi.

Ancor oggi la chiesa di San Lorenzo è affidata alle cure del clero di Santa Maria Assunta, il quale, nelle grandi festività religiose e il 10 agosto, festa del Santo, vi celebra la Messa e ogni vigilia della festa dell'Assunzione di Maria, continua a rinnovare l'antichissima tradizione di recarsi in processione in quel vetusto tempio

Fasi storiche

Al visitatore di oggi la chiesa si presenta come un piccolo edificio rustico e dimesso la cui facciata ha uno schema a capanna irregolare. L'interno è a tre navate divise da colonne formate con frammenti marmorei di edifici romani,
le quali sorreggono, a destra, cinque archi a tutto sesto e, a sinistra, tre archi ogivali. I muri sono decorati con affreschi votivi del XV e XVI secolo molto rovinati dal tempo, dall'incuria e dai graffiti dei visitatori di tutte le epoche. Circa al centro della navata mediana, un'apertura di forma quadrata conduce alla "cripta" per mezzo di una scala a tenaglia. La cripta è un tratto di catacomba costituito da un ambiente rettangolare anch'esso decorato con pitture risalenti al periodo compreso fra il X e il XIII secolo.

Poco sappiamo sui particolari delle cause che produssero, attraverso i secoli, i mutamenti che la chiesa ha subito.
Peraltro, sulla base di notizie provenienti da varie fonti, ma specialmente per merito di certezze ed ipotesi formulate da uno studio analitico delle strutture eseguito in tempi relativamente recenti e conservato nella Biblioteca comunale di Cave, è stato possibile ricostruire il processo di sviluppo storico dell'importante edificio, avvenuto in cinque fasi.

Prima fase: l'edificazione (secolo X)

La primitiva chiesa costruita dal prete Stefano era, come già detto, non più di una piccola aula rettangolare absidata, le cui dimensioni e caratteristiche ci ricordano quelle dei "chiesini" o "oratori" di campagna. Il convento - o più propriamente la struttura della parte abitativa - era unita con la chiesa dal lato destro e si sviluppava più o meno nello spazio libero oggi esistente verso meridione, tra la chiesa e l'ingresso della villa adiacente.

Seconda fase: l'ampliamento (secolo XI)

Verso la fine dell'XI secolo la sede vescovile di Palestrina era retta da un vescovo scismatico nominato dall'antipapa Clemente III. Si trattava del vescovo Ugone Candido, al secolo Ugo Le Banc, il quale, con il favore di Pietro della Colonna capostipite dell'illustre famiglia, aveva fatto di Cave: "...un covo arrabbiato di antipapalini e di scismatici e soggiorno preferito del suddetto vescovo intruso che nella chiesa di San Lorenzo... volle persino riconsacrare l'altare maggiore...". Ed infatti, a ricordo di detta consacrazione avvenuta nell'anno 1093, fu deposta ai piedi dell'altare una lapide commemorativa tutt'ora esistente.
Era tanta l'affezione del vescovo Ugone Candido per l'umile San Lorenzo che provvide, seguendo un piano unitario di ristrutturazione, a fare ampliare chiesa e convento. L'ampliamento della chiesa fu ottenuto con lo sfondamento frontale e laterale dell'oratorio e con la costruzione di due navatelle laterali di dimensioni quasi uguali, e di una nuova facciata.
Ne risultò una chiesa a tre navate, con uno sviluppo longitudinale a cinque campane, così da far pensare che si sia voluto riprodurre fedelmente, ma in scala ridotta, uno schema basilicale romanico a tre navate di tipo benedettino.
Si può anche ipotizzare che sull'ingombro della prima campata nella navatella destra, possa essere stato costruito un piccolo campanile, presumibilmente poi crollato fra il 1160 e il 1170, a causa di tre terremoti che in quel periodo interessarono la zona di Cave e che ebbero rispettivamente per epicentri Frosinone, Ceccano e Veroli.
L'ingrandimento della parte conventuale fu di dimensioni ragguardevoli, tali da poter costituire una valida sede per i fedeli del vescovo scismatico che presero il posto dei padri benedettini costretti ad allontanarsi da Cave.

Terza fase: la trasformazione (secolo XIII)

Alla fine del secolo XV i due edifici dovevano essere ridotti in uno stato di miserevole fatiscenza; ma, appena all'inizio del XVI secolo, un facoltoso signore di Cave, Paolo Pulani, volle assumersi l'onere di un loro totale rifacimento. I molteplici e notevoli lavori, eseguiti nel 1501 e 1502, interessarono la maggior pare delle strutture murarie: si organizzò diversamente lo spazio della navata maggiore a della sacrestia; si suddivisero su due piani le navatelle laterali e si sistemarono diversamente gli ambienti del piccolo monastero.
Da fotografie della fine del 1800 e da appunti di rilievi eseguiti prima degli ultimi restauri, è stato possibile stabilire che dopo gli interventi del Pulani la chiesa aveva assunto un aspetto consono al gusto architettonico rinascimentale con la facciata composta con rigorosa simmetria e con la copertura più alta di circa un mero rispetto alla struttura recedente. Tutta la superficie, poi, era stata ricoperta da uno strato uniforme di intonaco che lasciava scoperti soltanto gli architravi messi in opera al tempo degli ampliamenti di Ugone Candido.

Quarta fase: i restauri di Paolo Pulani

Un restauro quasi totale della chiesa ed una trasformazione radicale del monastero si deve far risalire alla seconda metà del XIII secolo. Gli ampliamenti più importanti furono impostati seguendo la cultura di allora notevolmente influenzata dalla nuova arte gotica.
La navata di sinistra fu ampliata, l'abside fu tagliato e il monastero fu trasferito sul lato sinistro della chiesa. A questo periodo di trasformazioni si possono far risalire le finestre trilobate sui fianchi e sul lato absidale e i tre archi a sesto acuto che dividono la navata centrale da quella sinistra.

Quinta fase: i recenti restauri

Fin a tutto il secolo XIX la chiesa, pur essendo stata sempre officiata, non fu oggetto di alcun intervento di restauro. Si sa che nel 1833, di tutto il convento rimanevano soltanto due o tre stanze abitate da un eremita.
Le scarse notizie ci informano genericamente che nel 1911 la chiesa fu oggetto di alcuni interventi per eliminare tutte le parti sovrapposte dal Pulani, dopo i quali l'edificio assunse la forma asimmetrica che ancora conserva.
Poi la chiesa rimase in stato di abbandono fino al 1958 allorché la Soprintendenza ai Monumenti di Roma decise di intervenire date le condizioni di estremo degrado a cui la struttura era giunta. I lavori, eseguiti fra il 1961 e il 1963, consisterono principalmente nella sistemazione del tetto, nelle opere di isolamento, nel consolidamento delle murature, nella spicconatura di tutti gli intonaci ed, infine, nella sistemazione del pavimento.

Gli affreschi

Lo studio a cui ci siamo riferiti, dà anche alcune informazioni sugli affreschi che adornano l'interno della chiesa e che, per la loro importanza nel contesto storico ed artistico del monumento, non potevamo tralasciare di descrivere.

Le pareti interne della chiesa e quelle del cubicolo catacombale, sono decorate con affreschi votivi attribuiti a varie epoche.

Nella nicchia sul fondo della cripta, è appena visibile la figura ieratica di un santo vestito da vescovo o dottore della chiesa. Forse si tratta di San Nicola di Bari protettore dei bambini.

L'attribuzione è avvalorata dal fatto che, durante gli ultimi lavori di restauro del 1962, sono venute alla luce un buon numero di sepolture di bambini e, inoltre, anche dal fatto che, fino a qualche tempo fa, era tradizione venire in pellegrinaggio in questo luogo per chiedere grazie in favore dei bambini malati. È un dipinto di arte bizantineggiante che potrebbe appartenere al periodo che va dal X al XIII secolo.

Sempre nella cripta, sulla parete destra, un'altro affresco di influenza bizantina del XIII secolo rappresenta una Madonna in trono con il Bambino e San Luca. L'asimmetria della figura principale fa ritenere che all'affresco manchi almeno un altro personaggio sulla destra. È in pessimo stato di conservazione.

Nella chiesa, all'interno del muro di facciata, a destra della porta d'ingresso, una "Ultima cena" o "Fratio panis", che rappresenta Gesù riunito con i dodici apostoli intorno ad un tavolo tondo.
La caratterizzazione espressiva dei volti e il naturalismo dei panneggi, forse dovuti a ricchi successivi, fanno collocare il dipinto ad un periodo del tardo Quattrocento.

Sul muro della navatella destra appaiono sette riquadri con santi, riferibili ad una stessa scuola di gusto rinascimentale, e quindi da collocarsi nell'arco del XVI secolo. Pure di forme rinascimentali è la crocifissione sul muro di fondo della navata destra.

Su un tratto di muro a destra dell'altare, appare una figura di santa, riccamente vestita, che tiene nella mano sinistra un secchiello. Questo simbolo può far pensare che si tratti Santa Marta o Santa Ubaldesca. Da molti particolari il dipinto è collocabile a cavallo fra il XIV e il XV secolo.

Sulla parete della navata sinistra, sempre partendo dalla porta, altri sette riquadri tutti del XVI secolo. Nel primo appare una Madonna fra due Dottori: la mancanza di corporeità e l'assenza di ombre nette fa intravedere in questo dipinto qualche influsso pirfrancescano.

Nei tre riquadri successivi Sant'Alberto, San Giuliano e un vecchio che parla ad un giovane. Segue una Deposizione in cui il corpo di Cristo, circondato da sette pie donne, è vicina ai modi raffaelleschi e, più generalmente, umbri. Nei due riquadri successivi, due santi non identificati.

Nel muro di fondo della navata sinistra, una Resurrezione in cui Dio Padre regge sulle braccia, sollevandolo, il corpo nudo di Cristo, che nelle forme mostra chiaramente la sua matrice michelangiolesca

Testimonianze scultoree

L'apparato scultoreo della chiesa di San Lorenzo è costituito da due gruppi di marmi: l'uno riguardante un considerevole numero di pezzi scultorei inseriti nell'orditura muraria dell'edificio (frammenti di trabeazioni, cornici, fregi, lapidi, iscrizioni, ecc.);

l'altro comprendente colonne, capitelli e modanature costituenti un complesso non omogeneo impiegato o reimpiegato con una certa asimmetria e rozzezza di messa in opera.

Tutto il materiale proviene da edifici di origine romana di varie epoche, di cui la zona prenestina abbondava.
Secondo un'antica tradizione, avrebbe fatto parte del patrimonio scultoreo di San Lorenzo anche due pregevoli colonne tortili, analoghe per qualità e fattura, databile fra l'XI e il XII secolo, anch'esse provenienti da un edificio romano.

Le due colonne - di cui peraltro non è stato possibile stabilire una loro qualunque collocazione e funzione sia all'interno della chiesetta - sarebbero state donate a San Lorenzo dal principe Marcantonio Colonna, dopo il ritorno dalla sua memorabile vittoriosa impresa di Lepanto e, un paio di secoli dopo, sarebbero state fatte collocare dal principe Filippo Colonna nella nuova chiesa francescana dedicata a San Carlo Borromeo di cui il Principe era nipote.

La fonte di Santo Stefano

Il dottor Luigi Ariola, che fu per quarantaquattro anni medico condotto e ufficiale sanitario di Cave, così ha descritto in un suo opuscolo conservato nella Biblioteca comunale, le virtù salutari dell'acqua della fonte di Santo Stefano:"A nord - est di Cave, a qualche centinaio di metri dalla cittadina, in un bacino pianeggiante alla base del Monte Cervino, all'altezza di 360 metri, sgorga un'acqua minerale che porta il norme di Santo Stefano.
Detta acqua scaturisce fra sedimenti vulcanici certamente dotati di forte radio attività. Essa ha la durezza totale, in gradi francesi, di 3,05 e contiene tracce di magnesio e di calcio. Dall'esame batteriologico del Ministero degli Interni, risulta che sono state trovate pochissime flore batteriche appartenenti alle comuni forme idrofile banali.
Quest'acqua è stata trovata grandemente utile nelle malattie del ricambio e, in modo speciale nelle calcolosi, come lo dimostrano i molti malati che hanno fatto la cura, e la lunga permanenza a Cave del sottoscritto, che data da oltre quarant'anni, e che quindi, ha potuto sperimentare in molti malati, ha trovato che detta acqua ha una decisa efficacia nelle varie manifestazioni della diatesi urica, nell'uricemia, nella gotta, nella renella, nella calcolosi tanto renale quanto vescicale e, per riflesso, in tutti quei disturbi che trovano un punto d'origine nell'uricemia, in certe nevralgie, in qualche malattia della pelle, in tutte le forme infiammatorie delle vie urinarie".
L'acqua della fonte di Santo Stefano è sempre stata, una volta molto più di oggi, motivo di richiamo a Cave per villeggianti, e la cittadina non mancava di pubblicizzarne le virtù terapeutiche con una scritta sulle cartoline illustrate e su un cartellone posto presso la fonte.

Il santuario della Madonna del Campo

Il 27 aprile 1655, nella contrada detta Campo, veniva scoperta durante i lavori di abbattimento di un muro, un'antica cripta sulla cui parete di fondo era dipinta un'immagine della Vergine Maria assisa in trono, in atto di sorreggere il Bambino Gesù e con ai lati i santi Pietro e Paolo.

Fu subito un accorrere di gente per vedere e venerare la sacra immagine ritenuta dispensatrice di prodigi, primo fra tutti quello del suo misterioso ritrovamento.

Probabilmente si trattava della cripta di un'antichissima chiesa di cui si era perduta memoria.

Il Marianecci si domanda se non sia stata l'antica chiesa di Santa Sabina (o San Sabino) 

che doveva essere in quei paraggi; oppure che possa essere stata l'antichissima basilica di San Pietro, consacrata da papa Simmarco nel VI secolo, probabilmente distrutta dai barbari e poi riedificata, verso l'anno Mille, all'interno del borgo di Cave.

Quest'ultima ipotesi può essere nata anche dal fatto che sull'affresco appare, in basso, la data dell'anno 615 (1).

Fu chiamata, dal luogo del ritrovamento, la Madonna del Campo, e la fama dei suoi prodigi si sparse dovunque e richiamò in Cave, dai paesi vicini, un gran numero di pellegrini. L'affluenza dei devoti divenne addirittura eccezionale l'anno successivo, 1656, allorché in tutto il Lazio si diffuse il morbo della peste. Anche da Frascati arrivarono a Cave molti pellegrini e solennemente fecero voto di sborsare cinquecento scudi per contribuire alla creazione di un tempio alla Vergine miracolosa, se fossero rimasti salvi da quel flagello. Ed evidentemente furono esauditi, perché versarono la stabilita.

Altre oblazioni giungevano intanto da ogni parte per cui, in un consiglio popolare del 31 marzo 1659, fu deciso di far edificare un tempio sul luogo del ritrovamento della sacra immagine. Si iniziarono i lavori delle fondamenta ma furono subito sospesi perché il popolo si divise in due partiti di contrastanti pareri: c'era chi voleva riprendere i lavori per la costruzione della nuova collegiata di Santa Maria Assunta, per poi trasportare in quella chiesa l'immagine della Vergine del Campo; e chi intendeva invece costruire il tempio alla Madonna del Campo sul luogo stesso del ritrovamento. Vinsero i sostenitori del primo partito e, nel 1660, ripresero i lavori della Collegiata le cui fondamenta erano state gettate fin dall'anno 1640. Ma a questo punto interferirono i padri agostiniani di Santo Stefano che non vedevano di buon occhio il rapido sorgere di quel tempio ritenuto pregiudizievole ai diritti della loro parrocchia, per cui impedirono giuridicamente il proseguimento dei lavori. Così, cessati i lavori della Collegiata ed esauriti nel frattempo i fondi, non fu nemmeno possibile riprendere i lavori della chiesa in località Campo. Allora, il popolo di Frascati si rivolse al Papa per chiedere lo scioglimento dal voto fatto alla Madonna e, ottenendolo, pretese la restituzione dei cinquecento scudi versati.

La chiesa in località Campo fu poi costruita cinquant'anni più tardi, forse in seguito ad un drammatico episodio. Il 14 gennaio 1703 Cave fu colpita, all'una e tre quarti del mattino, da un forte terremoto che produsse nel paese notevoli danni; il sisma si ripeté il 2 febbraio successivo alle sei e mezzo del pomeriggio con ancora peggiori conseguenze. Ebbene, come racconta il Marianecci, sembra che il terremoto venne interpretato come segno del cielo, per cui il 4 marzo, soltanto ad un mese di distanza dal disastro, il Consiglio comunale di Cave deliberò che fosse edificato al più presto un tempio alla Madonna del Campo, presso la sua cappella. Il terreno sul quale costruire il tempio fu donato dal capitano Nicola Mazzenga, proprietario del fondo.

La chiesa fu infatti costruita in soli quattro anni e il 25 aprile 1707 l'arciprete di quel tempo, don Gioacchino Simeoni, deputato dal Vescovo di Palestrina, solennemente la benedì.

Continuava intanto inalterata durante gli anni la devozione dei fedeli di Cave e delle vicine popolazioni verso la Vergine del Campo per le grazie a Lei attribuite. Va ricordato in particolare l'anno 1837, nel quale si diffuse in Roma e in tutto il Lazio il flagello del colera che Cave particolarmente temeva per l'attività commerciale che lo legava a Roma e, quindi, per il pericolo costante del contagio. Frascati e Albano, Tivoli e Subiaco, Zagarolo e Pisciano ebbero molte vittime. Cave, invece, grazie anche alle misure sanitarie adottate, uscì quasi indenne dal terribile morbo. Perciò il popolo e il clero, per ringraziamento dello scampato pericolo, si raccolsero nel tempio della Madonna del Campo e solennemente promisero con voto, per se stessi e per i posteri, di osservare quale giorno festivo di precetto il 27 aprile di ogni anno, e ugualmente di precetto, con stretto digiuno, la vigilia della festa. E nella pubblica sala magistrale, tutti i capi famiglia firmarono per la loro adesione al voto.

Nel 1880, per decreto del cardinale Antonio De Luca, vescovo diocesano, la Madonna del Campo fu proclamata Patrona di Cave, insieme con l'altro Patrono san Lorenzo.

L'immagine fu incoronata una prima volta nel 1905 e una seconda volta il 27 aprile 1942 dal cardinale Carlo Salotti "nomine Pontificis". Il simulacro è stato più volte restaurato, l'ultima nel 1969 dal prof. Cupelloni, direttore del Laboratorio del Restauro dei Monumenti, Musei e Gallerie Pontificie, previo distacco dell'affresco dal muro della cripta.

Con il trascorrere dei decenni, la chiesa subì un sensibile degrado. Nel 1897 esso era così evidente che il Comune incaricò l'ing. Antonino Clementi di studiare un progetto per il consolidamento della chiesa e per l'isolamento della parete con la sacra immagine che appariva seriamente danneggiata dall'umidità. Il progetto fu eseguito ma non attuato, per cui la chiesa rimase per molti anni ancora in quello stato e il degrado andò peggiorando.

Ad aggravare la situazione fu il terremoto del 13 gennaio 1915 che diede il colpo di grazia all'edificio rovinandolo in più punti. In seguito a quest'ultimo danneggiamento, il Comune provvide a far eseguire, su progetto dell'arch. Giuseppe Fiumani, importanti lavori di riparazione che, però, il Genio Civile giudicò malfatti e non volle collaudare. Così il tempio, che era stato chiuso dopo gli effetti rovinosi del terremoto, continuò a rimanere chiuso.

Nel 1922, il popolo di Cave inoltrò una petizione per la riapertura, ma soltanto il 24 marzo 1924 un ingegnere del Genio Civile venne a fare un sopralluogo, dopo il quale giunse alla drastica conclusione di imporre "in modo tassativo la immediata demolizione del soffitto, se si vogliono evitare altri danni alla chiesa testé ricostruita".

La demolizione del soffitto fu eseguita e a sostenere la spesa dei lavori concorse l'intera popolazione di Cave con offerte in denaro o in natura. Infatti,tutti gli operai che parteciparono ai lavori non vollero essere pagati ed anche l'appaltatore pretese soltanto il rimborso delle spese vive sostenute.

Durante la demolizione, si riscontrarono gravi manchevolezze nei lavori precedentemente effettuati, per cui la ditta che li aveva eseguiti fu chiamata in giudizio dal Comune per rispondere del malfatto.

Soltanto dopo quattro anni, nel 1928, furono eseguiti i lavori di ricostruzione del tetto con l'ampliamento e il consolidamento delle altre strutture. Anche per quest'opera di ripristino la popolazione concorse generosamente. Gli emigrati negli Stati Uniti d'America inviarono 187 dollari, corrispondenti a 3500 lire.

Ma nel 1933 il Genio Civile riscontrò ancora nella chiesa gravi lesioni alle strutture portanti e trovò le fondazioni indebolite dall'apertura degli ossari nel limitrofo cimitero, per cui il 10 aprile 1933, il tempio fu nuovamente chiuso al culto. La complessità e l'alto costo dei lavori che il ripristino dell'edificio richiedeva, suggerirono di rivolgersi allo Stato affinché si accollasse l'intera somma del risanamento, ma lo Stato rifiutò asserendo che era una questione riguardante il Comune e l'Autorità ecclesiastica.

I documenti non dicono di più, ma è evidente che, in seguito, fu trovato il modo di risanare il tempio in modo adeguato e definitivo e, così restaurato, nell'anno 1955, il cardinale Benedetto Aloisi Masella solennemente lo consacrò.

Il 24 febbraio 1874, il Prefetto di Roma, in applicazione della Legge sulla Pubblica Sanità, decretò che fosse costruito in Cave un pubblico cimitero "nel terreno dietro la chiesa rurale della Madonna del Campo, nel luogo dove già si tumularono parecchie vittime del colera". La superficie del cimitero destinato alle inumazioni, doveva essere non minore di duemilatrecento metri quadrati, non compresa la camera mortuaria, la cappella e l'abitazione del custode.

Nel 1910 furono eseguiti nel cimitero importanti lavori di sistemazione e, con l'andar del tempo, l'area per le inumazioni fu notevolmente ampliata. E la chiesa della Madonna del Campo, inglobata nel recinto cimiteriale, è divenuto il luogo sacro dove le salme vengono benedette prima della sepoltura.





(1) Peraltro Giuseppe Presutti nella sua monografia "Cave prenestina" (1909), così scrive: "l'immagine che vi si venera nella cripta (l'antica icone stessa) dalle tracce bizantineggianti, può riferirsi al secolo XII anziché a quell'antico 615 posto sotto la stampa tutt'ammodernata dalla fantasia dell'artista". Il Marianecci nelle sue "Memorie cavesi" conferma che "... nel decorso dei secoli, non una ma più volte, forse, l'immagine deve essere stata rifatta pitturandovi la nuova su quella vecchia non più raschiata", il che può aver indotto alcuni studiosi a non credere alla data iscritta sul dipinto. Peraltro egli ritiene, da alcuni particolari, che l'immagine originaria risalga effettivamente al 615 e che certamente vi siano state fatte delle aggiunte posteriori, probabilmente dai benedettini che nel Medio Evo si insediarono nella zona dell'antica chiesetta contenente l'immagine, di cui forse essi ebbero cura..

I ponti

Il primo ponte sul Rio, alla periferia di Cave, di cui si conserva la memoria, fu costruito nel 1621; era un modesto ponte ad un'arcata che congiungeva, scavalcando il corso d'acqua, la strada proveniente da Palestrina con Via delle Tende che ora non c'è più, ma che, allora, era l'unica via d'accesso al borgo di Cave. Sostennero le spese della sua costruzione soltanto Cave e Palestrina, avendo il cardinale Ludovisi ordinato che Olevano e Roiate, pur potendo far uso del ponte, non dovessero sostenere alcun onere. I resti del ponte si potevano ancora cedere una cinquantina d'anni fa nei pressi dell'altro ponte, a sette arcate, costruito nel 1827, per congiungere con Cave la nuova strada provinciale, trasformata da mulattiera in carrozzabile.
Quest'ultimo ponte, ancor oggi ben conservato ed agibile, ha svolto bene la sua funzione per un'ottantina d'anni; cioè fino all'inizio di questo secolo, allorché fu costruita la nuova carrozzabile San Bartolomeo - Cave e venne eretto, ad un tiro di fucile, il grande ponte con otto altissime arcate sul quale noi ancor transitiamo con le nostre automobili.
A lavori quasi ultimati dell'ultimo grande ponte, quando già fervevano i preparativi per l'inaugurazione, una terribile disgrazia venne a funestare quel prossimo lieto evento: durante un furioso temporale, un gruppo di operai, per ripararsi dalla pioggia, si rifugiò sotto un'arcata del ponte, accalcandosi sopra un'alta impalcatura. Questa non resse al peso e crollò facendo precipitare nel vuoto tutti gli occupanti. Alcuni di loro si salvarono aggrappandosi ai ponteggi sottostanti, altri furono tratti in salvo dai compagni; ma per cinque di loro precipitati a fondo valle, fu morte certa. Erano, i cinque, tutti di Cave; si chiamavano: Antonio Renzi, Alessandro Gramiccia, Giuseppe Gramiccia, Giuseppe Reitelli e Augusto Boccuccia.
Un altro antico, piccolo ponte, si trova sulla strada ai piedi di Rapello. È un ponticello a schiena d'asino tuttora transitabile da persone e animali, utile ancora per scavalcare il Rio in un punto privo di altri passaggi.